venerdì 28 febbraio 2014

Quanto vale la parola di Matteo Renzi?

Michele Bonforte
Gira sui social network un post molto sintetico e per questo efficace.

Matteo Renzi:
Mai al governo senza elezioni. Fatto!
Mai un governo con il centro destra. Fatto!
Berlusconi a casa. Fatto!
Letta stai sereno! Fatto!
Nessuno di noi ha chiesto di andare al governo. Fatto!
Mi ricandido a fare il sindaco per altri 5 anni. Fatto!

La cosa preoccupante è che forse nei prossimi giorni si potrà continuare con questo elenco di totale smentita degli impegni che Renzi ha preso alle primarie, e che probabilmente gli hanno permesso di vincerle. La conquista della poltrona di Palazzo Chigi è avvenuta senza che sia stato proposto un coerente programma di governo. Slogan, suggestioni, battute, alcune allusioni, ma nulla che possa far immaginare cosa farà questo governo nei prossimi mesi. Abbiamo un governo che si basa sulla volontà di fare, e di fare anche in fretta. Dovremo aspettare poco per sapere esattamente quale direzione prenderà il governo.
Il punto cruciale sarà, come sempre, la questione economica. Alcuni giornali si sono provati a dare una cifra ai vari impegni di Renzi, arrivando a stimare in circa 80 miliardi la cifra necessaria a farvi fronte. Già la cifra appare enorme, se la paragoniamo ai 4 miliardi di ex-IMU intorno a cui si è balloccato il governo Letta per 6 mesi. Ma anche ad avere tutti questi soldi, non è chiaro nemmeno quali effetti si voglioano determinare.

mercoledì 26 febbraio 2014

Luciano Gallino: su lavoro e legge di stabilità Renzi per ora fa solo proclami. Da SEL una proposta concreta


Luciano Gallino ha partecipato alla presentazione della proposta di legge SEL per un Green New Deal italiano. A margine della conferenza stampa ha espresso alcune opinioni sul tema del lavoro e della posizione italiana in Europa.

In che modo il Green New Deal differisce dal Jobs Act di Renzi?
La proposta di SEL è una proposta concreta, precisa, si potrebbe approvarla in una settimana e farla partire in 15 giorni. Si tratta di una proposta argomentata in 40 pagine di dati e statistiche.
Da Renzi, sul lavoro, vorrei vedere qualcosa di più sostanzioso perchè finora siamo sul piano dei discorsi. Il Jobs Act che ho scaricato dal sito di Renzi è soltanto un dossier di poche pagine che contiene alcune idee interessanti e altre a dire il vero mirabolanti.

Per esempio?

Ad esemipio è mirabolante l’idea di cambiare per intero la legislazione sul lavoro in 8 mesi. In Italia, la legislazione sul lavoro ha cominciato a evolversi il 1 gennaio 1948, quando è nata la Costituzione. 8 mesi sono pochi date queste premesse di contenuto. Quelle del Jobs Act sono poche paginette che volano per aria. Aspetto che le paginette di Renzi diventino qualcosa di più concreto.
Nel suo ultimo saggio lei parla di un “colpo di stato” delle banche. In che modo questo ragionamento fa da premessa alla necessità di un Green New Deal?
Tra il novembre 2011 e il febbraio 2012 la BCE ha prestato alle banche europee più di un trilione di euro ovvero più di 1000 miliardi. Le banche italiane ne hanno approfittato per 300 miliardi. Una frazione minima di questi miliardi sono finiti alle imprese e per creare occupazione; gli altri sono stati depositati come collaterali alla BCE per impieghi prevalentemente bancari e finanziari privi di impatto sull’economia reale.
Renzi ieri ha dichiarato che non prenderà ordini dall’Unione Europea, anche se non dice come.

Secondo lei è in grado di negoziare veramente il patto di stabilità in Europa come sostiene?

Sarebbe importante che avesse qualcuno vicino a se’ con due caratteristiche: una notevole competenza tecnica e la volontà politica di ridiscutere il patto fiscale e tante altre questioni che potrebbero migliorare la posizione dell’Italia in Europa. Il mio timore è che magari trovi persone tecnicamente anche molto preparate che però difettano della volontà politica di incidere. Oppure può trovare persone che hanno la volontà politica ma non la competenza. Ci vogliono ambedue le cose.

Da quello che lei sa, Renzi ha a disposizione queste risorse nel suo staff?

Non mi pare proprio. Naturalmente, per carità, sono persone che non si conoscono e bisognerà valutarle da quello che combinano. Ma a giudicare dai curricula non è che si possa evincere granchè sulle competenze a disposizione. Soprattutto, c’è qualche dubbio sulla volontà politica di imporsi in qualche modo su terreni molto caldi e tecnicamente complessi. Quello che Renzi dice è comunque un buon segno; stiamo a vedere, perchè gli spot e i messaggi non bastano.

Secondo lei che tipo di negoziazione va condotta con la BCE?

Se si avesse veramente a cuore il dramma dell’occupazione si potrebbe intervenire sulla BCE e sui suoi alleati perchè nel regolamento della BCE c’è scritto che può e deve prestare denaro alle banche private ma, e sottolineo “ma”, ponendo delle condizioni. Potrebbe pretendere da ogni stato un piano industriale in cui si spiega, ad esempio, che verranno assunte tot persone, al netto di quelle che si intendono licenziare. Sono tanti gli impegni che possono essere negoziati insieme alle manovre di carattere finanziario.

lunedì 24 febbraio 2014

Governo "nuovo", F-35 vecchi. Senza più alibi

 di Pasquale Pugliese
il dossier F-35: 52 miliardi per quale sicurezza?
Martedì 18 febbraio, mentre Matteo Renzi svolgeva le consultazioni per il costruire il suo governo, la Campagna “Taglia le ali alle armi” presentava alla stampa l’ultimo dossier sui caccia F-35 La verità oltre l’opacità. Un consulto non richiesto, ma che il nuovo Presidente del Consiglio farebbe bene a prendere molto sul serio. Anche perché, si sottolinea nel dossier, il programma di acquisto degli F35 non è “solo” una questione che riguarda i “pacifisti”, ma mette in gioco “il modello di Difesa del nostro Paese e le sue politiche di spesa militare” ed anche, più in generale, “l’impostazione strategica che guida le scelte economico-finanziarie del Governo e l’impiego delle risorse pubbliche in una fase di crisi economica e sociale drammatica”. Gli oltre 14 miliardi per l’acquisto e lo sviluppo dei cacciabombardieri – e più di 52 per l’intera gestione del programma – sono risorse distolte dalla possibilità di affrontare le vere priorità del paese: la disoccupazione, la povertà, la precarietà sociale, il rischio idrogeologico dei territori…Ossia sottratte alla difesa della sicurezza dei cittadini.

martedì 18 febbraio 2014

FRATOIANNI: LA SARDEGNA CI DICE ....



Il centrosinistra in Sardegna vince grazie «al 6% di Sel» e questo significa che quando «la coalizione si presenta nella sua forma piena viene premiata. Questo dovrebbe dir qualcosa a Renzi che ripropone le larghe intese». Lo dice Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di Sel, parlando alla Camera. «Finalmente finisce l’era Cappellacci che è stata un’era molto triste per il popolo sardo», aggiunge.
«Un grazie di cuore ai compagni, alle compagne, agli elettori di Sel: senza di loro centrosinistra non avrebbe vinto. Auguri di buon lavoro a  @F_Pigliaru  ,ora servirà tanta passione e tanta buona politica per rimediare ai guasti della destra in Sardegna. Quando il centrosinistra si presenta con le carte in regola senza compromessi o ammiccamenti con la destra la vittoria è limpida. #Sardegna » Così Nichi Vendola su twitter ha commentato l’andamento dei risultati elettorali delle elezioni regionali della Sardegna.

lunedì 17 febbraio 2014

Tafazzi, la sinistra e le primarie a Cavriago.

Michele Bonforte

La sinistra ha una innata tendenza al tafazzismo, cioè a farsi male da sola.
Le primarie per il sindaco di Cavriago sono un esempio da manuale. La sinistra interna al PD, la cosiddetta area Civati, ha di recente vinto il congresso locale. Non è un fatto da poco, perché accade in pochi posti, ma è in linea con la storia di Cavriago ed il suo orientamento politico fortemente di sinistra. E difatti oltre ad un Pd civatiano, la cittadina del busto di Lenin, registra anche la presenza di una forte sinistra extra-PD, che alle ultime elezioni comunali presentava due liste, con circa il 20% di voti.
Malgrado tanta sinistra-sinistra in giro per il paese, le primarie sono state vinte dal candidato più moderato, che non aveva fatto mistero delle proprie intenzioni di privatizzare almeno parte dei servizi comunali per l’infanzia. Certo il vicensidaco Paolo Burani aveva dalla sua esperienza e appoggi, rispetto alla sfidante Maura Bardi. Ma quello che ha fatto la differenza è il tafazzismo della sinistra.
Intanto le primarie erano solo del PD, in controtendenza rispetto al comune capoluogo dove invece sono di coalizione. A guardare i numeri la cosa può aver fatto la differenza. Su 1.100 elettori Burani vince con un distacco di circa 200. La partecipazione dell’elettorato di sinistra avrebbe potuto ribaltare la situazione.

venerdì 14 febbraio 2014

I dolori del giovane Renzi

Michele Bonforte

L’aveva fatta semplice Renzi, ed in tanti ci avevano creduto. Aveva riso dei tentativi di Bersani di agganciare il M5S, aveva fatto fuoco e fiamme contro l’inciucio con la destra che aveva fatto nascere il governo Letta. Ma la semplice strategia “voto - vinco - poi governo” ha subito uno stop a causa della Corte Costituzionale. Abolito il porcellum e ripristinato il proporzionale, l’esito di un eventuale voto anticipato rischiava di eternare le larghe intese. Allora, preso coraggio, e sfidando le prevedibili accuse di inciucio, concorda un bel porcellum con doppio turno eventuale proprio con l’avversario di sempre: Berlusconi. Adesso si può pensare ancora al “voto - vinco - poi governo”.
Ma un conto è dire un conto e fare.
La bozza di legge elettorale invece di essere approvata con un bliz, comincia a mostrare crepe pesanti. Sembra fatta per favorire la coalizione di centro destra, e penalizzare quella di sinistra. Forse non è così facile vincere se si compatta la destra e si divide la sinistra. E non è da escludere che la Corte Costituzionale (che ci ha preso gusto) non stronchi anche l’italicum, che per certi versi è peggio del porcellum.
Così Renzi decide: si cambia schema. Non potendo più adottare lo schema “voto - vinco - poi governo” si passa allo schema “ora governo - vinco - alla fine voto”.
Con un altro bliz, si tira giù Letta con una manovra classicamente democristiana. E’ cambiato il segretario del partito di riferimento, deve cambiare il Presidente del Consiglio. Gli riuscirà la manovra? Letta di sicuro verrà fatto fuori, ed un nuovo governo Renzi si insedierà, con un bel codazzo di volti nuovi, così per settimane discuteremo di quanto sono belli e nuovi.

lunedì 10 febbraio 2014

Ribaltare l'austerità per disarmare l'Europa. La lezione di Atene

 di Pasquale Pugliese

Per capire fino in fondo la partita che si giocherà alle prossime elezioni europee, è necessario mettere fuoco un’apparente incongruenza. Nel novembre del 2012 durante l’Assemblea della NATO svoltasi a Praga, il Segretario generale Rasmussen spiegava che i quasi 10 miliardi di euro che il governo greco aveva speso nell’anno per i propri armamenti hanno mantenuto la Grecia nella posizione di secondo paese, in proporzione, per spesa militare tra i 27 della NATO, dopo gli Stati Uniti. Eppure la Grecia più di tutti gli altri paesi europei aveva già dovuto sottoporre a tagli durissimi ogni capitolo della sua spesa pubblica civile. La contraddizione si spiega con il fatto che mentre ha dovuto accettare le drammatiche condizioni poste dalla troika per ottenere i prestiti internazionali, volte a smantellare i servizi pubblici sociali, il governo greco contemporaneamente è stato costretto anche a continuare nell’acquisto di armamenti – sottomarini, fregate, carriarmati – commissionati alle aziende belliche di quegli stessi Stati che hanno imposto i tagli, USA, Germania e Francia, in primis.

mercoledì 5 febbraio 2014

Presidente Napolitano: basta austerity. Bene, ma la tendenza inaugurata da Electrolux ad abbassare le retribuzioni rischia di aggravare la recessione.

Michele Bonforte

Che la voce del presidente Napolitano si aggiunga a quanti, da anni, vedono nelle politiche di austerity un pericolo per la democrazia, non è cosa scontata o da passare sotto silenzio.
Una crisi economica così grave ha molte cause, ma alcune sono al fondo di essa.
La diseguaglianza economica e sociale che si è prodotta in questi ultimi 20 anni è una delle cause profonde, se non la principale.
I lavoratori e le classi medie sempre più povere hanno potuto spendere sempre meno, causando una riduzione generalizzata della domanda interna. In parte hanno anche consumato a debito, alimentando un castello finanziario che è crollato per insolvenza. I ricchi lo sono sempre più, ed hanno impiegato questi soldi non per investire (anche perché quando non si vende, su cosa investire?) ma per prestarli, alimentando investimenti finanziari alla vorticosa riceca di impiego in tutto il mondo.
Nel nostro paese si è aggiunta una crisi del debito pubblico che è prevalentemente causato dalla capacità di una grossa frazione del ceto benestante di evadere ed eludere le tasse.
La riduzione della domanda (sia pubblica che privata) ha appesantito la crisi che spirava dagli USA. Per questo le politiche di austerity europee hanno aggravato la malattia invece di curarla, portando chi aveva la febbre (grecia) al coma.
La principale misura economica del governo Letta, la confusa abolizione dell’IMU, ha ridotto questa tassa ai ceti benestanti, per l’introdurne una sostitutiva per gli enti locali, che grava prevalentemente sui ceti medio-bassi.
Milioni di persone vivono peggio di prima, sotto la soglia di povertà relativa. Questa condizione invece di essere temporanea appare ai più definitiva.
L’unica politica anticrisi seria sarebbe un generale aumento delle retribuzioni, coperto con una riduzione dei privilegi dei ricchi. Privilegi nei redditi dei manager pubblici, di quelli privati, dei pensionati d’oro, degli evasori fiscali, dei turisti del fisco che vivono in italia e pagano le tasse nei paradisi fiscali, ecc.
Invece sta prendendo piede un’altra via, che probabilmente ci porterà alla catastrofe economica e democratica: la riduzione del 30% delle retribuzioni. Il caso Electrolux ha portato alla luce quella che è una tendenza che da mesi percorre le aziende: comprimere i salari per essere competitivi.
Se questa tendenza vincerà, la singola azienda potrà galleggiare per alcuni mesi, ma dopo affonderà insieme alle altre, per la mancanza di acquirenti interni. Lavoratori con retribuzioni polacche che devono comprare a prezzi tedeschi (euro-marchi) affluiranno copiosi ai raduni antieuro.
Se la repubblica di Weimar morì d’inflazione, le repubbliche d’Europa rischiano di morire di deflazione.
E sul dopo non vè certezza.

Le primarie strumento di confronto democratico e di partecipazione popolare, efficace risposta alla dilagante sfiducia verso la politica.

Michele Bonforte

Si è conclusa in questi giorni la raccolta di firme a sostegno dei partecipanti alle primarie dalle quali uscirà il candidato sindaco del centrosinistra alle prossime elezioni amministrative nel comune di Reggio Emilia. Come è noto, Sinistra Ecologia Libertà ha sostenuto nella raccolta di firme (1186 quelle presentate) e sosterrà nella campagna per le primarie la candidatura a sindaco di Matteo Sassi (assessore comunale alle politiche sociali), nel quadro di una rinnovata alleanza di centrosinistra per il governo della città.
Se nel comune capoluogo si sono costruite unitariamente le condizioni per la conferma e il rilancio di tale alleanza, non altrettanto si può dire per altri comuni della nostra provincia, ove pure in maggio si voterà per il rinnovo dei consigli comunali. Infatti, emerge da parte del PD la tendenza a considerare le primarie una opzione praticabile soltanto se, quando e come risulti utile, conveniente, funzionale alle proprie esigenze del momento, sia rispetto alle dinamiche interne di partito, sia rispetto ai rapporti esterni con altre forze del centro-sinistra. Accade così che in un comune il PD decida di cambiare il sindaco dopo il primo mandato senza nemmeno porsi il problema delle primarie; in altri comuni decida di confermare il sindaco uscente, senza passare dalle primarie anche laddove gli alleati (o potenziali alleati) le richiedono; in altri ancora decida di fare le primarie di partito solo tra due propri candidati, salvo poi cercare di coinvolgere SEL quando uno dei due si ritira, lasciando l’altro senza competitore.

Così proprio non va. Le primarie non possono essere una carta da giocare in un modo o nell’altro, o magari da non giocare affatto, a seconda delle (presunte) convenienze di un partito, sia pure quello più grande. Sono invece uno strumento trasparente di confronto democratico e di partecipazione popolare, a disposizione non dei partiti ma dell’elettorato del centrosinistra. Devono essere esigibili, con regole certe, da parte dell’elettorato, e non alla discrezione dell’uno o dell’altro partito, così come avverrebbe se le primarie, come auspicato da tanti, fosse regolamentate per legge.
Noi pensiamo che possono favorire il rilancio e la legittimazione dei candidati sindaci, nonché delle coalizioni e dei programmi che li sosterranno. Devono essere - tanto più in una fase politica come quella attuale - una efficace risposta alla dilagante sfiducia verso la politica, una sfida in positivo a chi tenterà, anche nella nostra provincia, di strumentalizzare la sfiducia a fini di battaglia politica contro il centro-sinistra.

sabato 1 febbraio 2014

C'era una volta la cosiddetta "legge truffa"...



 
Nel 1953 la maggioranza parlamentare imperniata sulla Dc approvò una legge elettorale che passò alla storia come "legge truffa". Assegnava un premio di maggioranza del 15% alla coalizione che avesse ottenuto il 50% più uno dei voti. Avete letto bene: il 50% più uno dei voti, Cioè la maggioranza assoluta.

Roba che, a proporla oggi, sembrerebbe una stravagante esagerazione in senso opposto. Altro che legge truffa: ci si attirerebbe l'accusa di ostacolare le magnifiche sorti e progressive del bipolarismo, l'efficienza delle istituzioni, la certezza del governo e bla, bla, bla. Oggi, infatti, la legge elettorale Renzi-Banana ci racconta che, per avere il premio di maggioranza del 16% , basta e avanza il 37%. Talchè - ha argutamente osservato qualcuno - si dovrebbe più appropriatamente parlare di premio di minoranza. E va già di lusso che è stata leggermente ritoccata la precedente "profonda sintonia" sulla proposta del 35%.

Contro la "legge truffa" la sinistra (Pci e Psi) condusse all'epoca un'aspra battaglia. Dapprima persa, perchè la legge fu approvata, ma poi vinta, perchè alle elezioni ldel 1953 la maggioranza ottenne "solo" il 49,8% e il premio non scattò. E l'anno successivo, quella legge fu abrogata. Oggi anche il segretario del Pd conduce un'aspra battaglia, però a favore di una legge al cui confronto la "truffa" buonanima appare un eccesso di democrazia.


Srefano Morselli