Finite le vacanze, da lunedì 17 settembre per i bambini e i ragazzi italiani si sono riaperte le porte delle scuole in tutta Italia. Alcune centinaia di migliaia di questi hanno fatto il primo passaggio formativo importante della loro vita scolastica, cioè dalla scuola primaria (la vecchia scuola elementare) alla scuola secondaria di primo grado (la scuola media). E i loro genitori, come me – oltre all’impegno a rassicurare e incoraggiare la propria figlia un pò timorosa e, al tempo stesso, incuriosita dal nuovo mondo di studi e di relazioni che si dischiude – si sono trovati a fare i conti con un salasso economico al quale non erano abituati (e forse neanche preparati): il costo dei libri di testo. Nel nostro caso 270 euro per la prima media, in altri casi si può arrivare fino a 450 euro.
I soldi spesi per i libri e la cultura sono sempre ben spesi, ma qui c’è qualcosa che non torna.
L’istruzione impartita nella scuola secondaria di primo grado, la scuola media appunto, è un diritto sancito dall’art. 34 della Costituzione italiana: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”. Un diritto, obbligatorio (ed oggi portato giustamente ai 10 anni) e gratuito. Ma con una onerosa tassa d’ingresso rappresentata dall’acquisto obbligatorio, e non gratuito, dei libri di testo, indispensabili strumenti di lavoro per l’esercizio del proprio diritto.
In un momento di grave crisi economica un ulteriore sacrificio imposto alle famiglie italiane.
Una spesa di 45 milioni di euro avrebbe consentito al governo di fornire i libri di testo gratuiti a 100.000 bambini delle scuole medie, consentendo l’esercizio di un diritto – e l’osservanza di un obbligo – che la Costituzione definisce non a caso “gratuito”!
Dove trovarli? 45 milioni di euro sono meno di un terzo del costo di un solo cacciabombardiere d’attacco F-35 (calcolato in circa 150 milioni di euro), dei quali il Governo ha commissionato l’acquisto di 90 esemplari, per complessivi oltre 13 miliardi di euro! Che si sommano alle altre decine di miliardi di euro di spesa pubblica che annualmente ci costano l’apparato militare, gli armamenti, l’occupazione in Afghanistan.
Ma anche qui c’è qualcosa che non torna. La stessa Costituzione che sancisce il diritto, l’obbligo e la gratuità dell’istruzione, sancisce anche all’articolo 11 che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Dunque perché si sottraggono preziose risorse economiche per l’esercizio del diritto all’istruzione dei più giovani studenti italiani, affermato dalla Costituzione, e si usano per la preparazione all’esercizio della guerra, “ripudiata” dalla Costituzione?
Al nuovo libro di Storia, acquistato per la nuova scuola, è allegato un fascicoletto sulla Costituzione e la “cittadinanza attiva”: come sarà spiegata ai bambini questa contraddizione tra il formale “ripudio della guerra” e il sostanziale ripudio della Costituzione, che ridimensiona anche il loro stesso diritto allo studio?
Pasquale Pugliese
martedì 9 ottobre 2012
venerdì 5 ottobre 2012
Primarie e concorsi di bellezza
Fioroni tende a risolvere il problema con un sillogismo inaccettabile: il PD ha un proprio programma, ed esso è di fatto il programma di colazione; chi lo condivide fa parte della colazione e dunque si può candidare alle primarie.
Noto come tale posizione non sia quella di Renzi (e di quanti lo sostengono nel PD) che dice “il programma si fa nelle primarie, chi vince propone il suo programma e il suo schema di alleanze”. Per cui secondo Renzi si può partecipare a primarie di coalizione con chi non ti vuole in coalizione.
C’è già da farsi venire il mal di testa.
Bersani propone un’altra variante; la coalizione condivide un programma minimo, i candidati propongono anche diverse letture programmatiche, ma dopo chi vince vincola tutti ad un programma comune. E se poi vi saranno divergenze su temi sensibili, tutto si risolve convocando l’assemblea dei parlamentari della coalizione e decidendo anche con un voto.
E se il mal di testa non vi era venuto sinora, adesso è assicurato.
Avessero dato ascolto a Vendola, che almeno da un anno chiede l’indicazione di un percorso per le primarie per la costruzione del programma su basi ampiamente democratiche, oggi non saremmo a questo punto: candidati che corrono, senza regole e date certe.
Ma siccome si fa con quel che c’è, meglio primarie dell’ultimo minuto, che decisioni calate dall’alto. Meglio che discutano e decidano milioni di cittadini del centrosinistra, che poche decine di dirigenti di partito.
Chiederei solo a Bersani (e Fioroni) di garantire agli elettori di centrosinistra gli stessi diritti democratici previsti dallo statuto del PD per i propri iscritti. E cioè che sulle grandi questioni su cui vi possono essere diverse posizioni dentro la coalizione, si preveda il referendum fra degli elettori. Come le primarie, ma in questo caso non sui nomi ma su singoli temi.
Un esempio per tutti. Cosa sarebbe successo se su acqua bene comune e nucleare si fosse deciso in una assemblea di parlamentari, o si fosse assunto il punto di vista che il PD aveva in quel momento?
Non vi sarebbe stata una fondamentale vittoria e una maturazione del senso comune su questioni che fanno oggi la differenza fra la cultura della sinistra e quella della destra.
Per questo oggi i referendum sul lavoro sono uno strumento a disposizione di tutto il centrosinistra per discutere con il proprio popolo un tema centrale nella crisi economica e sociale che stiamo attraversando. Più che demonizzare le posizioni altrui bisognerebbe avere il coraggio delle proprie idee, sottoponendole al vaglio di una discussione e di una decisione democratica.
Perché se c’è una cosa che la crisi della politica e dei partiti ci manda a dire è che i cittadini vogliono contare e decidere in prima persona, ampliando la sfera della democrazia partecipata e riducendo quella della democrazia delegata.
E le primarie, come i referendum, sono alcuni degli strumenti a disposizione dei cittadini per farlo.
Michele Bonforte
mercoledì 19 settembre 2012
Sostegno ai lavoratori del Pastificio Dallari
Esprimiamo la nostra vicinanza umana e politica a tutti i dipendenti del Pastificio Dallari Nino e Figli spa alle prese con una difficile crisi aziendale che mette in discussione il loro diritto al lavoro ed al reddito.
Questa crisi sembra avere diversi aspetti, ed i principali appaiono essere quello dell’accesso al credito, di errori di direzione, di una riduzione dei margini dovuti alla crisi economica che colpisce anche i consumi alimentari.
Ci pare dunque che la forma migliore di solidarietà sia quella di insistere nel cambiare la politica economica del governo e di indicare una alternativa.
Occorrono interventi che facciano riprendere la domanda interna (ad es. spostando parte del peso del fisco dal lavoro ai patrimoni). Occorre che il sistema bancario sia ricondotto alla sua missione di supporto alla produzione rispetto alle attuali preferenze per la speculazione finanziaria. Ed occorre che i lavoratori abbiano maggior peso nelle scelte strategiche delle aziende, visto che quando queste sono sbagliate a pagarne le conseguenze sono sempre i lavoratori.
Tutta un’altra strada da quella imboccata dal liberismo, e che sta trascinando l’europa e l’italia in una spirale recessiva pericolosa non solo per il tenore di vita di tutti noi, ma per la stessa tenuta della democrazia.
Ai lavoratori del Pastificio Dallari, alle RSU ed ai sindacati impegnati in questa vertenza va il nostro sostegno e la nostra solidarietà.
Michele Bonforte
giovedì 6 settembre 2012
Matteo Renzi, conservatore contemporaneo
Ogni volta che ascolto Matteo Renzi, e cerco di farlo con spirito laico e curioso, mi convinco sempre più che rappresenti un autentico conservatore contemporaneo, con la giusta dose di populismo che non può mancare di questi tempi. Ciò che tuttavia stupisce è come nella vulgata comune il sindaco di Firenze appaia piuttosto un innovatore, un riformista radicale, l’uomo che può far sì che qualcosa cambi davvero nel centrosinistra. E’ evidente come questa distorsione comunicativa sia il frutto della stessa società della comunicazione e delle sue spinte sloganistiche e simboliche: Renzi è il rottamatore, punto e basta. Domina l’effimero, la velocità del messaggio, il mezzo e l’estetica comunicativa soffocano il contenuto togliendo spazio a qualsivoglia approfondimento. Renzi accusa chiunque di essere privo di programmi (e talvolta ha ragione) ma omette di evidenziare le proprie idee. Appare incapace di schierarsi su temi fondamentali come i diritti civili, l’idea di un’Europa sociale o liberista, il rilancio di un’economia dei beni comuni in luogo di un profitto individualistico, solo per fare alcuni esempi. In assenza di un pensiero forte trionfa quindi l’estetica comunicativa e lo slogan politico. Non è un caso se il campione in carica del gioco televisivo inventato da Mike Buongiorno, “la ruota della fortuna”, abbia deciso di farsi seguire come un’ombra dall’ex direttore di canale 5 Giorgio Gori: l’uomo del grande fratello, dell’indecenza chiamata reality show, della paccottiglia televisiva che ha rappresentato il cuore del potere berlusconiano. Gli anni Novanta sono quindi il periodo di incubazione culturale dell’antropologia politica che Renzi rappresenta; può presentarsi come innovatore solamente perché le forze progressiste non hanno saputo leggere ed interpretare quegli anni, che continuano così ad essere avvolti da una coltre di fascino e nostalgia. Sono stati invece gli anni della deregolamentazione della finanza, dell’arretramento delle conquiste sociali, della teorizzazione della “guerra umanitaria”, del declino del diritto internazionale, del trionfo delle politiche liberiste che hanno stretto le mani alla gola dei popoli del Terzo Mondo e delle classi popolari in Occidente. Il fallimento di quell’impianto politico e culturale è sotto gli occhi di tutto ed ha assunto il volto crudele della crisi economica e sociale che stiamo attraversando e di cui non si vede la fine. E’ visibile invece il deterioramento della vita democratica, a cominciare dal riemergere in Europa di movimenti nazionalisti e xenofobi e, in Italia, dalla diffusione di un vasto fronte populista che va da Renzi a Grillo, dalla Santanché a Di Pietro. Ma di tutto questo Renzi non parlerà mai, perché un conservatore, per definizione, cura e mantiene l’esistente preoccupandosi che poco o nulla cambi nella sostanza. Forse è per questo che i grandi proprietari dell’azienda Italia cullano l’idea di un trionfo di Renzi e del renzismo. La compatibilità rispetto agli interessi oggi dominanti sarebbe assicurata proprio dall’esasperazione della comunicazione politica, dal cinico investimento fatto sull’assenza di coscienza sociale di tante persone, il vero residuo tossico del berlusconismo. Se a questo aggiungiamo l’inadeguatezza attuale e gli errori strategici commessi negli ultimi quindici anni dalla classe dirigente del centrosinistra è facile comprendere lo spaesamento di tante persone. Tuttavia, la partita è aperta se è vero che Renzi non riesce a convincere uno come me che è ben più giovane di lui. La verità è che le prossime elezioni politiche, e ancor prima le primarie del centrosinistra, si giocheranno tra due visioni del mondo e delle relazioni umane: chi ritiene che vi sia unicamente spazio per la semplificazione populista e chi, al contrario, ritiene che la salvezza del Paese risieda nella consapevolezza diffusa dell’entità delle sfide e dei problemi che abbiamo davanti. I primi vogliono affidarsi a qualche uomo forte e a ristretti circoli illuminati (guarda caso sempre le solite aristocrazie) i secondi invece sono convinti che la soluzione passi dall’impegno dell’uomo comune e dal protagonismo delle forze sociali nel loro complesso. Solo così si può ribadire la natura sociale della democrazia, contro la sua controfigura ridotta a studio televisivo mentre intorno, lontano dalle luci e dallo show, i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più arroganti.
Matteo Sassi
venerdì 3 agosto 2012
Sul recente incontro Bersani - Vendola
Una tempesta mediatica si è abbattuta sul recente incontro Bersani-Vendola. Complice la mancanza di un comunicato stampa comune, si è dato vita ad interpretazioni e annunciate svolte, che hanno fatto i titoli dei giornali, nascondendo gli elementi di reale novità che sono emersi nell'incontro.
Sono stati scambiati due documenti: la "Carta d'intenti" del PD, e il testo "E' Tempo di Cambiare" di SEL, che dichiarano la reciproca intenzione di definire un perimetro di contenuti e di regole per costruire il centro sinistra, con un percorso che porti alle primarie entro la fine del 2012.
Primarie che vedranno la partecipazione di Vendola, e che saranno una competizione sulla natura programmatica del centro sinistra. Difatti i due documenti sono importanti perché contemporaneamente si cerca di definire una base comune, ed anche di far risaltare i punti controversi che saranno inevitabilmente al centro delle primarie. Le frasi sull'UDC sono quelle che da sempre Vendola e SEL vanno dicendo: nessuna pregiudiziale di partito, una forte pregiudiziale programmatica, la sfida a competere sulle idee in un processo democratico diffuso. E' la stessa Udc che si definisce fuori dal campo del centro sinistra in quanto impegnata a costruire il campo dei moderati.
La novità dell'incontro Bersani-Vendola è dunque la non internità dell'Udc alla coalizione che si intende presentare prime alle primarie e poi alle elezioni. Una conferma viene dall'annuncio di Tabacci di voler partecipare alle primarie, e dalle dichiarazioni di Casini che dice di essere interessato a tutt'altro.
E' pur vero che Casini sembra voler condizionare il centrosinistra dopo le elezioni, quando pensa che il suo apporto sarà indispensabile per costruire una maggioranza in ambedue i rami del parlamento, e che basi questa aspettativa quantomeno sulla difficoltà di ottenere la maggioranza al Senato da parte di una coalizione PD-SEL. O di poter sabotare questo percorso con il ricorso ad elezioni anticipate che impediscano le primarie, o appoggiando l'asse PdL-Lega per una legge elettorale che non preveda più le coalizioni.
Questi progetti di un baricentro neo-centrista che puntano ad un governo PdL-UDC-Pd per la prossima legislatura sono il rischio principale da evitare.
Ed a questo mi sembra miri l'iniziativa di Vendola con Bersani: fissare ora un perimetro della coalizione, in termini di contenuti condivisi e di regole di funzionamento, permette di impedire un suo restringimento dopo le elezioni.
E salva le primarie, consegnando al popolo della sinistra uno strumento formidabile di partecipazione dal basso.
Non bisogna dimenticare che da Milano, a Genova, a Cagliari, la possibilità del popolo di sinistra di essere protagonista e non semplice spettatore ha scritto nei fatti non solo il nome del leader, ma il senso di un programma di governo ancorato a sinistra. Certo vi sono stati i brogli di Napoli e Palermo. Ma in quel caso il sistema elettorale a doppio turno ha permesso di verificare al primo turno quello che le primarie non avevano segnalato.
Così non è a livello nazionale. Se non si fanno le primarie non c'è un doppio turno che ci può salvare, e tutto viene consegnato ai giochetti dei leader dei partiti.
Dunque l'avversione di Di Pietro alle primarie deriva da una visione verticistica della politica, dove il manovratore deve avere tutti i gradi di libertà, senza impicci democratici.
Una contraddizione con l'intenzione di indire un referendum su temi sociali come l'art. 8 dello Statuto dei lavoratori. Da una parte si mette nelle mani dell'intero elettorato (di destra e di sinistra) il destino dei diritti del lavoro, dall'altro non ci si rimette alle primarie (che riguardano solo la parte più motivata dell'elettorato di centro sinistra) per definire i contenuti del programma di governo.
La pressione che Di Pietro e Vendola hanno esercitato su Bersani in questi ultimi mesi, ha dato i suoi primi frutti. E' Di Pietro che sembra non volerli cogliere, per seguire un disegno che guarda ad incerte alleanze con Grillo. Non è un caso che dentro l'IdV stia maturando una forte resistenza a questa scelta.
Penso che si debba insistere con Di Pietro: partecipi alle primarie del centro sinistra con le sue idee e contribuisca così a spostarne l'asse. Eviti invece di creare una divisione che può solo agevolare i disegni neocentristi di Casini, e di far felice chi nell'ala moderata del PD lo voleva a priori escludere.
3/7/2012
Michele Bonforte
Iscriviti a:
Post (Atom)
