sabato 29 marzo 2014

Il decreto lavoro di Renzi aumenta la precarizzazione. La sinistra in parlamento, ovunque collocata, dovrebbe impegnarsi a cambiarlo

Michele Bonforte

'Non facciano come al tempo della riforma Fornero: tutti plaudenti, poi oggi non si trova nessun parlamentare disposto a giustificare il sostegno a quella riforma. Spero che le forze politiche presenti in Parlamento siano in grado di guardare nel merito di quel provvedimento, che porta a compimento il disegno di precarizzazione del mercato del lavoro''.
Questo il commento di Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Libertà, alle dichiarazioni del ministro del lavoro che con arroganza chiude al confronto con i sindacati.
''Continua - prosegue il leader di Sel - la stessa musica che dopo 20 anni ha prodotto in Italia il fatto che la maggior parte dei contratti di lavoro sono precari, a tempo determinato. Precarietà significa meno diritti - conclude Vendola - e anche una economia meno intelligente perché il lavoro povero non diventa fattore di sviluppo della capacità competitiva del sistema Paese. Un lavoro ricco invece significa difesa dei diritti del lavoratore ed implementazione della qualità dei nostri apparati produttivi''.
Abbiamo salutato con favore l’intenzione di Renzi di mettere il lavoro al centro dell’iniziativa del governo. Ma in attesa di un “Job Act” di cui non si conoscono i contenuti, siamo ora alle prese con un decreto che invece dell’annunciato contratto unico a garanzie crescenti ci propone un allungamento a 3 anni dei contratti precari. Il ministro Poletti sostiene che l’intenzione è dare più lavoro ai giovani, e che se la cosa non funziona è disposto successivamente a cambiare. Vorremmo fargli notare che la linea “+ precarietà per avere + lavoro” è smentita dai fatti degli ultimi 20 anni.
Chiediamo alla sinistra ovunque collocata in parlamento, di impegnarsi a cambiare il decreto nel momento della sua conversione in legge.
Come dimostra la recente vittoria sul tema delle dimissioni in bianco, è possibile in questo parlamento tutelare i diritti dei lavoratori se si ha il coraggio di agire senza rispettare le consegne di partito.

venerdì 28 marzo 2014

Ripristinate le norme contro le dimissioni in bianco cancellate dal precedente governo Berlusconi. Forza Italia e M5S alleati contro i diritti dei lavoratori.

Michele Bonforte
Ti assumo, ma prima firma questo. Non è il contratto di lavoro ma la lettera di dimissioni, senza data, che il datore di lavoro potrà poi usare in qualsiasi momento, a sua discrezione, come pratica alternativa al licenziamento. Un ricatto vero e proprio. Pochi giorni fa, la Camera ha approvato la proposta di legge per eliminare la pratica delle dimissioni in bianco. “Una triste consuetudine del mercato del lavoro che l’attuale crisi economica non ha fatto altro che moltiplicare in maniera esponenziale. Una procedura che riguarda tutti i lavoratori, ma che colpisce soprattutto le giovani donne” secondo Titti Di Salvo, vicepresidente dei Deputati di Sinistra Ecologica e Libertà.
Per molte donne, infatti, la maternità diventa l’anticamera del licenziamento. Secondo un’indagine Istat del 2008-2009, oltre la metà delle madri che interrompono il lavoro per la nascita di un figlio, non lo fanno per libera scelta: circa 800mila dichiarano che sono state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere in occasione di una gravidanza.
Non sorprende che il primo provvedimento dell’ultimo governo Berlusconi sia stato la cancellazione delle norme che rendevano difficile la pratica delle dimissioni in bianco. E non sorprende che Forza Italia si sia opposta alla proposta di legge ora approvata alla Camera.

Quello che sorprende è il M5S che dimostrando una notevole ignoranza su quanto avviene nel mercato del lavoro, si è schierato contro questo provvedimento in nome della difesa delle piccole aziende. Da alcuni mesi Grillo sta cercando di imprimere una svolta a destra al suo movimento. Ci ha provato sposando le tesi leghiste sulla cittadinanza dei lavoratori immigrati, ma è stato per fortuna bloccato dal voto degli iscritti al suo blog. Poi ha sposato l’idea di Maroni delle macroregioni e della divisione dell’Italia, ma si è ben guardato dal chiedere cosa ne pensasse la rete.
Ora si schiera contro i diritti dei lavoratori (e soprattuto delle giovani lavoratrici).

Sono pronto a scommettere che anche questa volta si guarderà bene da chiedere il parere dei sui followers.
Ma i follewers di Grillo sono pronti a seguirlo anche su questa strada?

mercoledì 26 marzo 2014

La Renzi economics: poteva stupire con gli effetti speciali, ma ora prepara una riverniciatura della linea Monti - Letta

Michele Bonforte

Essendo che l’essenza del renzismo è nella comunicazione, la linea economica annunciata è un jingle numerico: 10 miliardi di riduzione delle tasse su 10 milioni di famiglie, per avere 1000 euro in più all’anno; 10% in meno di IRAP per le imprese.
Per fortuna il numero magico 10 non è stato utilizzato nei decreti sul mercato del lavoro. Invece dell’annunciato contratto unico a garanzie crescenti ci siamo ritrovati un allungamento a 3 anni dei contratti precari previsti dalla legge Fornero.
Avendo annunciato scadenze sincronizzate con le elezioni europee, ora assistiamo ad un vorticoso tentativo di trovare coperture, con proposte che cambiano di giorno in giorno, come se fossero intercambiabili.
Dapprima si è ipotizzato di finanziare a debito il taglio del cuneo fiscale, utilizzando fino al limite il parametro del 3%. Baldanzoso il nostro Renzi si è presentato in Europa, dove però gli è stato ricordato che quel parametro non esiste più, visto che dal 2104 deve avversi un pareggio di bilancio (messo in costituzione con il voto PdL-PD), e dal 2015 un attivo di circa 40 ml per ridurre il debito (fiscal compact firmato da Berlusconi ed approvato anche dal PD).
Renzi, e i suoi consiglieri economici sono consapevoli, e mi sembra che su questo abbiano ragione, che l’unico modo per agganciare la ripresa sia mettere in tasca di chi guadagna meno un po' di soldi. Ne guadagna la giustizia sociale, e anche la domanda che può così rianimare le vendite nel mercato interno.
Certo quei soldi da mettere in tasca ai poveri sarebbe meglio prenderli dalle tasche dei ricchi: così non solo l’effetto di giustizia sociale è maggiore, ma anche quello di stimolo alla ripresa, perché si sposterebbero soldi da chi ne ha tanti e non li spende, a chi ne ha pochi e li spenderebbe con piacere.
Un taglio delle tasse sui redditi bassi finanziato con l’emissione anche se temporanea di titoli di debito pubblico, è una linea di ripiego, ma sarebbe comunque già un uscire dall’austerity.

martedì 18 marzo 2014

Senza cippi né monumenti

di Pasquale Pugliese

Ad un secolo dalla “grande guerra” i martiri dimenticati di Reggio Emilia

Era il 2011 quando la Scuola di Pace di Reggio Emilia decise di avviare il percorso di ricerca storica sulla vicenda tragica di Fermo Angioletti e Mario Baricchi, le giovanissime vittime reggiane cadute sotto il fuoco dei carabinieri, di fronte al Teatro Ariosto, mentre manifestavano contro il comizio interventista di Cesare Battisti, il 25 febbraio dei 1915. Martiri per la pace, dimenticati.
Da allora si è consolidato un gruppo di lavoro stabile, che abbiamo chiamato Seminario storico permanente, composto dall’Istoreco, dall’Anpi, dal Centro di documentazione storica Villa Cougnet e dalla rivista Pollicino gnus, con il quale abbiamo costruito e svolto due Seminari pubblici in occasione degli anniversari dell’eccidio e stiamo preparando il terzo all’interno di un progetto di lavoro che ci porterà (almeno) fino al 2015, a cento anni dal sacrificio di Mario e Fermo. Affinché abbiano, finalmente, quel riconoscimento dovuto da parte di una città che ha operato, fin’ora, un esercizio selettivo della propria memoria pubblica, trascurando di ricordare proprio quelle figure di operai che hanno dato la propria vita per un Paese libero dalle guerre – e dal loro corollario di spese militari, anziché sociali, e di retoriche belliciste – che invece, queste si, hanno attraversato il ’900 giungendo tristemente fino ai nostri giorni.

venerdì 14 marzo 2014

L'incontro "L’EUROPA CHE VORREI"

Katia Pizzetti

Nell’incontro dell’11 marzo, si è discusso di come proporre ed attuare un nuovo progetto di politiche europee, sostenendo la lista di Alexis Tsipras, leader della sinistra greca. Negli interventi degli invitati al dibattito, Nicola Fratoianni nuovo Coordinatore Nazionale SEL, Elena Tagliani Coordinatrice SEL Emilia Romagna, Ivan Levrini docente di storia e filosofia e Giorgio Salsi Presidente di Iniziativa Laica, è emerso l’appoggio alla lista contro le politiche economiche di austerità imposte dall’Europa. Con forza si è lanciato il messaggio di coinvolgimento dei singoli cittadini nel partecipare attivamente al cambiamento radicale proposto dalla lista, uscendo dalle logiche dell’individualismo a fronte di un percorso comune. Ne esce anche la preoccupazione per l’affermazione delle forze politiche di destra, la cui linea xenofoba e antidemocratica mette a rischio la salvezza del nostro continente.
Michele Bonforte, Coordinatore Sel Reggio Emilia, ha aperto la serata portando la discussione sugli avvenimenti in corso, la cui gravità coinvolge tutto il continente, sulle politiche di austerity che aggravano la crisi e creano un divario sempre maggiore tra il nord e il sud dell’Europa.
Nicola Fratoianni ha iniziato l’intervento spiegando le ragioni per cui SEL ha aderito alla lista Tsipras. Sostegno alla democrazia mettendo in campo in Italia e in Europa un percorso capace di dare funzione, corpo e forza ad una sinistra nuova e moderna. Per evitare il declino della sinistra così come oggi la conosciamo, bisogna rifuggire ad ogni autoreferenzialità, riuscire a misurarsi con le altre forze politiche, costruendo elementi di avanzamento. Porre al centro il ruolo dell’individuo come parte attiva del cambiamento, basandosi su elementi di slancio e lavoro nel creare l’idea dell’Europa che vorremmo. Partendo dalla drammatica vicenda della Grecia, laboratorio in cui si sono sperimentate le politiche economiche più devastanti, la cui causa si trova nell’austerità imposta che ha generato l'impoverimento di una larga fascia della popolazione e l'impossibilità della tenuta di un corpo sociale. Il tutto sotto gli occhi di un’Europa silente e quasi infastidita. Si comprende che il punto focale è la riaffermazione della politica e non della finanza, come sta accadendo da quasi un decennio. Occorre tornare a discutere su come regolamentare il sistema economico e finanziario internazionale, arrivando ad un confronto politico la cui soluzione sta nel dialogo tra le diverse componenti dell’Unione. Per questo la campagna elettorale deve porre al centro le politiche del lavoro, dei diritti, dell’ambiente, della solidarietà tra e negli gli Stati membri. In conclusione, o siamo in grado di cambiare le politiche base, o non possiamo farcela.

sabato 8 marzo 2014

Ucraina. Le politiche di potenza e il potere dei popoli

 di Pasquale Pugliese
scivolamenti
Non sappiamo come andrà a finire la vicenda Ucraina. Possiamo però provare a riconoscere alcune delle cose che ci dice, tra le quali la più importante è che in Europa la guerra – la sua preparazione e la sua minaccia – non è solo memoria, ma ancora realtà. Vent’anni dopo l’assedio di Sarajevo, mentre ci stiamo preparando a ricordare il centenario dell’inizio della “grande guerra”, minacciosi venti di guerra tornano a soffiare in quella Crimea di cui avevamo studiato sui libri di scuola, quando la politica degli Stati era politica di “potenza”. Esattamente come lo è oggi. Le parole con le quali il politologo tedesco Ekkehart Krippendorff, spiegava lo “scivolamento” dell’Europa dentro alla prima guerra mondiale – “nessuna delle caste al potere voleva una grande guerra in Europa nel senso di perseguirla attivamente. Al contempo esse, sia pure con finalità e interessi diversi, neppure volevano rinunciare alla guerra, agli armamenti e alla politica delle minacce come mezzo della politica internazionale” – sono valide ancora adesso e possono, in men che non si dica, condurre allo stesso scivolamento. Non si tratta di una distopia prefigurata da irriducibili pacifisti, ma dal fatto che l’accumulazione attuale di armamenti in Europa non ha precedenti.

lunedì 3 marzo 2014

Uno scandalo di nome Franco Corradini

Matteo Sassi
intervista alla Gazzetta 3/3/2014
Oggi si è scritta una brutta pagina che questa città non merita. Credo che se non verrà data una risposta forte a quanto abbiamo visto, diminuirà ulteriormente il desiderio di partecipazione del popolo della sinistra». Così Matteo Sassi, candidato Sel, commenta la giornata di primarie. «Sono soddisfatto del voto, ben oltre la dimensione elettorale di Sel ­ aggiunge ­ dico però che il mio modo di fare è incompatibile con ciò che abbiamo visto. È stata data un'immagine stereotipata dei migranti, creando un danno nella città dell' "Italia sono anch' io". A Luca, al quale vanno i miei complimenti, e che reputo il migliore candidato sindaco, dico che dovrà decidere con chi proseguire questo cammino, perché ribadisco ci sono modi diversi di intendere la politica». Secondo Sassi, «ciò che è successo al Catomes Tot ha un nome e un cognome: Franco Corradini. È lui che rivendica questo ruolo nei confronti dei migranti. Quel modo di fare politica è dannoso per la città e per la democrazia e per la sfida di integrare immigrati che sono stati strumentalizzati»

Primarie a Reggio Emilia: vince Luca Vecchi. Ora tutti uniti contro la destra ed il populismo



Michele Bonforte

Si profila una vittoria netta di Luca Vecchi alle primarie di Reggio Emilia. Pesa su questo risultato una riduzione della partecipazione che rischia di logorare lo strumento delle primarie, e che ci fa guardare con preoccupazione al prossimo confronto elettorale.
Per questo la prima risposta da dare è la coerenza fra quanto è stato suscitato in queste settimane e quello che si andrà a proporre e a realizzare, rafforzare il coinvolgimento e la partecipazione nel governo della città.
Il risultato di Matteo Sassi va ben al di là dell’insediamento elettorale di SEL. Il suo discorso sul futuro di Reggio Emilia ha saputo coinvolgere e convincere aree diverse. In quelle idee si trovano utili ingredienti per un governo innovativo e partecipato della città. Al vincitore Luca Vecchi, a cui facciamo i nostri auguri, il compito di farsi carico di queste aspettative, per sconfiggere la destra ed il populismo.
Comincia ora l’impegno di tutti noi per l’affermazione del centro sinistra a Reggio Emilia.