sabato 27 aprile 2013

Il Pd che non può essere sinistra e la sinistra che (ancora) non c'è

In mezzo a questo grottesco groviglio di errori (veri o presunti), trabocchetti, tradimenti, regolamenti di conti, bisogna pur cercare un filo di Arianna, un minimo di logica. Che il Pd non fosse e non potesse essere il partito della sinistra era evidente fin dalla nascita. Di più, era esplicitamente dichiarato dalle parole scolpite dal primo segretario Walter Veltroni: “Il Pd è un partito riformista, MA NON di sinistra”. Con entusiasmo un po’ sospetto - soprattutto da parte degli ex dirigenti del Pci, che del centro-sinistra storico fu fiero avversario, non sempre a ragione - si inaugurò l’epopea del contenitore unico di centrosinistra cosiddetto senza trattino, cosiddetto di tutti. Se ne cantarono le magnifiche sorti e progressive di partito del nuovo secolo, se non addirittura del nuovo millennio. Non c’erano cultura politica condivisa, progetto riconoscibile, riferimento organico all’unico e concreto modo di essere (socialista) della sinistra di governo europea. C’era, invece, un tenace e tutto ideologico tentativo di trapiantare in Italia il modello partitico e istituzionale degli Stati Uniti.

L’ala critica dei Ds giudicò impercorribile quella strada, non aderì al Pd e mise all’ordine del giorno un altro percorso, sintetizzandolo già nel nome che si diede: Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo. All’epoca, pensai e scrissi da qualche parte che solo una ipotesi poteva lasciare uno spiraglio di speranza: che il Pd diventasse un robusto ed esplicito partito di centro liberaldemocratico; che la sinistra riuscisse a ricostruire un robusto partito del socialismo europeo: che queste due componenti potessero trovare un modo, per dialogare e per costruire una possibile alleanza di governo. Un centro-sinistra vero, diciamo con il trattino, nell’autonomia delle rispettive culture politiche e forme organizzative. Ma ben presto, fin dalle elezioni del 2008, fu chiaro che l’ipotesi ottimistica era irrealistica, subito soffocata tra la catastrofica “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria da una parte e dall’inconcludente minoritarismo di tante sigle e siglette sedicenti “di vera sinistra” dalla’altra.

Lì, proprio nel dna costitutivo, stanno le origini dello spettacolo che il Pd sta offrendo in questi giorni. Eppure, sotto il polverone, una cosa si riesce a distinguere, cioè la progressiva scalata della componente “moderata” al comando del partito. Semplificando, alcuni dicono: la presa del potere degli ex democristiani a scapito degli ex comunisti. Non sarei così categorico, perché la faglia non è così precisa e univoca. Inoltre, nel Pd ci sono anche persone “native”, che non vengono da quelle storie e da quelle etichette. Però, al netto delle liti personali e correntizie, una tendenziale trasformazione del Pd in partito di centro-centro è abbastanza evidente. Avviene in modo caotico e poco decoroso, ma c’è. In questa prospettiva, l’alleanza con l’area centrista di Monti – del resto sempre evocata da un bel pezzo di Pd, anche in campagna elettorale - non è un fatto contingente, ma una tendenza organica. E forse anche la convergenza con una fetta di berlusconiani non sarebbe strana, una volta che l’effetto calamita di Re Banana venisse meno. Dopo svariati tentativi di “terzo polo” centrista, questo potrebbe essere il prossimo.

Resta tutto intero, in ogni caso, il problema di dare una casa alla sinistra italiana, che da oltre vent’anni viaggia tra accampamenti improbabili e malcongegnati, che vanno regolarmente in frantumi. Una casa per i tanti che nel Pd non hanno mai creduto o hanno smesso di credere. E, naturalmente, per i tanti che nel Pd hanno voluto credere fino all’ultimo, con ostinazione o magari solo per mancanza di alternative, e che adesso oscillano tra la presa d’atto della realtà e l’illusione di rimettere insieme i cocci per l’ennesima volta. Come se, “cambiando tutto”, si potesse miracolosamente far (ri)nascere un Pd che mantiene tutto e tutti al proprio interno. Invece non si può, perché il problema del Pd – di questo Pd, storicamente dato - è il Pd stesso. Da questa presa di coscienza passa (o non passa) in larga misura la possibilità costruire il partito della sinistra riformista, di governo, socialista, europea che in Italia non c’è.

Stefano Morselli

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