mercoledì 19 settembre 2012

Sostegno ai lavoratori del Pastificio Dallari


Esprimiamo la nostra vicinanza umana e politica a tutti i dipendenti del Pastificio Dallari Nino e Figli spa alle prese con una difficile crisi aziendale che mette in discussione il loro diritto al lavoro ed al reddito.
Questa crisi sembra avere diversi aspetti, ed i principali appaiono essere quello dell’accesso al credito, di errori di direzione, di una riduzione dei margini dovuti alla crisi economica che colpisce anche i consumi alimentari.
Ci pare dunque che la forma migliore di solidarietà sia quella di insistere nel cambiare la politica economica del governo e di indicare una alternativa.
Occorrono interventi che facciano riprendere la domanda interna (ad es. spostando parte del peso del fisco dal lavoro  ai patrimoni). Occorre che il sistema bancario sia ricondotto alla sua missione di supporto alla produzione rispetto alle attuali preferenze per la speculazione finanziaria. Ed occorre che i lavoratori abbiano maggior peso nelle scelte strategiche delle aziende, visto che quando queste sono sbagliate a pagarne le conseguenze sono sempre i lavoratori.
Tutta un’altra strada da quella imboccata dal liberismo, e che sta trascinando l’europa e l’italia in una spirale recessiva pericolosa non solo per il tenore di vita di tutti noi, ma per la stessa tenuta della democrazia.
Ai lavoratori del Pastificio Dallari, alle RSU ed ai sindacati impegnati in questa vertenza va il nostro sostegno e la nostra solidarietà.

Michele Bonforte

giovedì 6 settembre 2012

Matteo Renzi, conservatore contemporaneo


Ogni volta che ascolto Matteo Renzi, e cerco di farlo con spirito laico e curioso, mi convinco sempre più che rappresenti un autentico conservatore contemporaneo, con la giusta dose di populismo che non può mancare di questi tempi. Ciò che tuttavia stupisce è come nella vulgata comune il sindaco di Firenze appaia piuttosto un innovatore, un riformista radicale, l’uomo che può far sì che qualcosa cambi davvero nel centrosinistra. E’ evidente come questa distorsione comunicativa sia il frutto della stessa società della comunicazione e delle sue spinte sloganistiche e simboliche: Renzi è il rottamatore, punto e basta. Domina l’effimero, la velocità del messaggio, il mezzo e l’estetica comunicativa soffocano il contenuto togliendo spazio a qualsivoglia approfondimento. Renzi accusa chiunque di essere privo di programmi (e talvolta ha ragione) ma omette di evidenziare le proprie idee. Appare incapace di schierarsi su temi fondamentali come i diritti civili, l’idea di un’Europa sociale o liberista, il rilancio di un’economia dei beni comuni in luogo di un profitto individualistico, solo per fare alcuni esempi. In assenza di un pensiero forte trionfa quindi l’estetica comunicativa e lo slogan politico. Non è un caso se il campione in carica del gioco televisivo inventato da Mike Buongiorno, “la ruota della fortuna”, abbia deciso di farsi seguire come un’ombra dall’ex direttore di canale 5 Giorgio Gori: l’uomo del grande fratello, dell’indecenza chiamata reality show, della paccottiglia televisiva che ha rappresentato il cuore del potere berlusconiano. Gli anni Novanta sono quindi il periodo di incubazione culturale dell’antropologia politica che Renzi rappresenta; può presentarsi come innovatore solamente perché le forze progressiste non hanno saputo leggere ed interpretare quegli anni, che continuano così ad essere avvolti da una coltre di fascino e nostalgia. Sono stati invece gli anni della deregolamentazione della finanza, dell’arretramento delle conquiste sociali, della teorizzazione della “guerra umanitaria”, del declino del diritto internazionale, del trionfo delle politiche liberiste che hanno stretto le mani alla gola dei popoli del Terzo Mondo e delle classi popolari in Occidente. Il fallimento di quell’impianto politico e culturale è sotto gli occhi di tutto ed ha assunto il volto crudele della crisi economica e sociale che stiamo attraversando e di cui non si vede la fine. E’ visibile invece il deterioramento della vita democratica, a cominciare dal riemergere in Europa di movimenti nazionalisti e xenofobi e, in Italia, dalla diffusione di un vasto fronte populista che va da Renzi a Grillo, dalla Santanché a Di Pietro. Ma di tutto questo Renzi non parlerà mai, perché un conservatore, per definizione, cura e mantiene l’esistente preoccupandosi che poco o nulla cambi nella sostanza. Forse è per questo che i grandi proprietari dell’azienda Italia cullano l’idea di un trionfo di Renzi e del renzismo. La compatibilità rispetto agli interessi oggi dominanti sarebbe assicurata proprio dall’esasperazione della comunicazione politica, dal cinico investimento fatto sull’assenza di coscienza sociale di tante persone, il vero residuo tossico del berlusconismo. Se a questo aggiungiamo l’inadeguatezza attuale e gli errori strategici commessi negli ultimi quindici anni dalla classe dirigente del centrosinistra è facile comprendere lo spaesamento di tante persone. Tuttavia, la partita è aperta se è vero che Renzi non riesce a convincere uno come me che è ben più giovane di lui. La verità è che le prossime elezioni politiche, e ancor prima le primarie del centrosinistra, si giocheranno tra due visioni del mondo e delle relazioni umane: chi ritiene che vi sia unicamente spazio per la semplificazione populista e chi, al contrario, ritiene che la salvezza del Paese risieda nella consapevolezza diffusa dell’entità delle sfide e dei problemi che abbiamo davanti. I primi vogliono affidarsi a qualche uomo forte e a ristretti circoli illuminati (guarda caso sempre le solite aristocrazie) i secondi invece sono convinti che la soluzione passi dall’impegno dell’uomo comune e dal protagonismo delle forze sociali nel loro complesso. Solo così si può ribadire la natura sociale della democrazia, contro la sua controfigura ridotta a studio televisivo mentre intorno, lontano dalle luci e dallo show, i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più arroganti.

Matteo Sassi