lunedì 30 gennaio 2017

Renzi: dalla rottamazione alla rimozione

Michele Bonforte 
(del comitato promotore sinistra italiana di reggio emilia)

Dopo la rottamazione Renzi diventa l’alfiere della rimozione.
Con il solito piglio agita la convention degli amministratori del PD, promettendo vittorie future, ma omettendo le ragioni delle sconfitte passate.
Sconfitte non di poco conto. Aver tenuto inchiodato l’intero paese intorno ai deliri costituzionali del suo cerchio magico non gli sembra meritevole di una spiegazione. Come mai 19.420.271 di italiani hanno bocciato il quesito (ben di più dei 15.783.269 di italiani che bocciò nel 2006 il quesito di Berlusconi)? Nessuna risposta giunge dalle parti del PD.
Né maggiori spiegazioni arrivano in merito alla bocciatura della Corte Costituzionale della legge elettorale, che era stata imposta a colpi di fiducia. Come mai si è scritta una legge palesemente anticostituzionale? Come mai, aggiungerei, il Presidente della Repubblica non l’ha rinviata alle Camere per vizi evidenti di costituzionalità?
Ci sarebbe da ridere se non si percepisse l’allarme di una situazione in cui l’unico filtro fra l’azione del governo e l’illegalità costituzionale è il popolo sovrano e la Consulta, poiché le aule del Parlamento ed il Colle ormai approvano sotto dettatura ogni richiesta del Principe.
Ma se la manovre eversive di Renzi in ambito istituzionale non gli hanno dato soddisfazione, non meno sofferenza viene dal bilancio sulla politica economica e sociale.
Dopo aver speso ben 30 miliardi in bonus vari, con lo scopo ufficiale di far ripartire l’Italia, ma con quello più realistico di comprarsi il consenso per il referendum, siamo oggi al redee rationem: la commissione europea (che gli aveva benevolmente dato corda sperando in un esito positivo del referendum) ora rifà i conti e ci chiede un aggiustamento di almeno 5 miliardi. E i dati Istat certificano, che assorbita la droga degli incentivi, l’occupazione ristagna alla faccia del tanto sbandierato provvedimento rivoluzionario del jobs act.
I 1000 giorni di Renzi sono stati un autentico disastro per il paese.
Ma da giocatore compulsivo qual è persa una mano, raddoppia la posta, per rifarsi nella mano successiva. Le elezioni politiche anticipate potrebbero permettergli di cancellare la sinistra PD dal parlamento, e di presentarsi quale unico leader di un’area di centro allo sbando, contro il pericolo M5S, puntando così ad un governo PD-FI.

E’ questo oggi il nostro compito politico immediato: spostare l’elettorato di sinistra fuori dall’abbraccio di Renzi-Verdini-Berlusconi.
Bisognerà certo costruire un nuovo progetto di governo del paese. Ma ciò potrà essere fatto solo sulle macerie di questo PD. O lo fa la sinistra nuova, con una sua proposta convincente e radicale, come già avviene in molti paesi europei, o questo compito verrà preso in mano dalla destra “sovranista”, che potrebbe così esercitare per un non breve periodo l’egemonia sulle classi popolari.
C’è nel nostro paese l’energia politica e sociale per una alternativa. Questa prospettiva passa per la deflagrazione di quell’esperimento sbagliato che è stato il PD.
La sinistra deve avere una propria casa e non essere legata obtorto collo ad un’area moderata che l’ha prima snaturata e poi ridotta all’impotenza.
Solo così potrà giocare una propria partita ed essere riconoscibile agli occhi dei ceti popolari sfiniti e disorientati da una crisi sociale di una feroce.

giovedì 19 gennaio 2017

Social Compact: una terapia shock contro le disuguaglianze

Un pacchetto di proposte sui temi del lavoro, delle pensioni e della sanità, con un investimento di risorse pubbliche. Le stesse che il governo ha buttato via negli ultimi anni senza ottenere nulla.

Giovedì 26 gennaio ore 21
Al Catomes Tot, Via Guido Panciroli 12, Reggio Emilia

con

Giulio Marcon (deputato di Sinistra Italiana)
Guido Mora (segr. CGIL Reggio Emilia)
Andrea Pintus (Ricercatore Unimore)



coordina

Daniele Lonidetti

(comitato promotore Sinistra Italiana Reggio Emilia)


lunedì 19 dicembre 2016

2014-2016 Affinità-divergenze fra il compagno Sassi e noi

Michele Bonforte

Il compagno Matteo Sassi, vicesindaco di Reggio Emilia, a suggello di una discontinuità nella sua e nella nostra vita politica, ha rilasciato un’intervista alla rubrica Decoder di Telereggio il 16-12-2016, dopo alcune anticipazioni a mezzo stampa.
L’intervista è ampia e dai toni pacati, ed annuncia la sua sostanziale adesione al progetto di Pisapia, che intende formare un nuovo partito a sinistra che punti strategicamente ad allearsi con il PD di Renzi.
Diversamente da Pisapia, Matteo si è battuto convintamente per il NO al referendum costituzionale. E’ stato dunque compagno di strada della sinistra del NO, mentre Pisapia sosteneva il SI. E dagli argomenti avanzati durante l’intervista si capisce che qualora si votasse per i referendum sul lavoro promossi dalla cgil, sarebbe dalla parte della cancellazione dei provvedimenti del governo renzi su jobs act e voucher.
Appare dunque stridente la contraddizione logica del ragionamento di Matteo: pur sostenendo che la parte dolente della società ha difeso la costituzione come tutela estrema dal suo impoverimento e dal suo arretramento sociale, indica l’alleanza con Renzi come unico orizzonte politico della sinistra per tutelare la democrazia che, qui come in Europa, viene messa in discussione dai populismi.
Una analisi acefala, dove la mano sinistra non deve sapere cosa fa la mano destra. Si indica il pericolo che la crisi sociale e culturale del paese e le angosce e pulsioni che ne discendono, sfocino in una domanda di autoritarismo e favoriscano un disegno di destra. Ma non se ne vede la causa, come se la crisi in Italia non avesse nelle politiche neoliberiste del PD una sua causa prima. In un deficit di quella che dovrebbe essere la cultura di chi pensa sia utile e possibile governare nei flutti di questa crisi, non si vede e non si indica una possibile alternativa, quasi che il compito della sinistra sia quello di lenire le sofferenze inflitte al corpo sociale da politiche neoliberiste senza alternativa.
Performando la realtà ai propri desideri, si descrive una situazione paradossale: il PD di Renzi, che ha aggredito la costituzione, i sindacati, il lavoro, la scuola ed i diritti sociali è un alleato del “campo democratico”, Il M5S che ha difeso la costituzione, che propone il reddito di cittadinanza e l’acqua pubblica, che dice di sostenere i referendum contro il jobs act, sarebbe il nemico nel “campo populista”.
Citando Civati “Verrà il giorno in cui ci si renderà conto che non si può essere per una riforma dei voucher e sostenere un governo che i voucher non li riforma. Anzi. Che ne fa una bandiera. Il giorno in cui ci si accorgerà che non si può parlare di disuguaglianze nei comizi e nei convegni (che andrebbero aboliti, questi convegni) e non votare nulla di 'simile' in Parlamento. Anzi. Il giorno in cui si prenderà coscienza del fatto che la deriva è iniziata troppo tempo fa e che troppe cose sono successe, per poter anche solo pensare di poter riavvolgere il nastro. Non si può volere il reddito minimo, sostenendo chi è contrario alla sua introduzione. Non si può volere un modello di sviluppo diverso, dopo aver visto sostenere dal proprio governo (e con il proprio voto) Sblocca Italia, Ponte e trivelle.
Verrà il giorno in cui si prenderà atto che sostenere o allearsi con il contrario di ciò che si pensa è una follia. Perdente, oltretutto. Verrà il giorno in cui, dopo aver scritto millemila pagine su come dovrebbe essere il Pd, ci si accorge di com'è, da anni, il Pd e qual è la cultura politica che lo ispira. E di come le cose siano andate inesorabilmente peggiorando.”


Auguro a Matteo di riuscire nel suo intento, anche se tutto fa pensare il contrario. Lo attendo all’azione comune. A giorni vedremo come il governo Gentiloni cercherà di fare carte false per evitare che sui referendum della Cgil si voti. Per loro sarebbe un voto da KO. Per la sinistra e le classi sociali più fragili sarebbe invece un’occasione per cambiare l’agenda delle politiche economiche e sociali. Come e forse più che nel caso della Costituzione ci saranno due campi. Non saranno la destra e la sinistra del ‘900. Ma quello che queste parole potranno significare nel nuovo secolo.

Per adesso prendiamo atto che le nostre strade si separano. Nulla di grave, anche se il nostro intento è di unire strade e percorsi. Lo faremo con Sinistra Italiana e con quanti saranno dalla parte giusta della barricata. Per quanto riguarda Reggio Emilia, siamo perfettamente consapevoli che nella giunta comunale vi sono molti compagni di sinistra. Con loro tutti discuteremo, se vorranno, delle politiche per la città. Avendo perfettamente chiaro che chi opera nelle istituzioni o si isola o rappresenta un percorso collettivo. Noi faremo riferimento in consiglio comunale a Lucia Lusenti, che ha aderito a Sinistra Italiana. Ed in consiglio comunale valuteremo i provvedimenti della giunta nel merito. Così sapremo apprezzare lo sforzo di mantenere in ambito pubblico le ASP, come sapremo misurare la distanza fra il progetto di società mista di gestione del servizio idrico, dalla lettera e lo spirito del programma che la coalizione presentò agli elettori nel 2014.


Sel verso Sinistra Italiana. L’Assemblea Nazionale

L’intervento del coordianatore nazionale di Sel 
Nicola Fratoianni



Conclusioni di
Nichi Vendola



martedì 6 dicembre 2016

Renzi: lascia o raddoppia?

Michele Bonforte

La vittoria del NO è così grande, omogenea e partecipata, da farne uno spartiacque nella storia politica del nostro paese. La lettura che mi pare più vicina alla realtà è che si sia trattato di un pronunciamento sulla situazione sociale e sul governo. Il NO vince soprattutto dove la gente sta peggio, vince fra i giovani e perde fra i pensionati. Vince fra chi crede di non avere futuro e perde fra chi pensa di averne almeno un brandello. Una enorme questione sociale su cui galleggiamo, e che potrebbe produrre una involuzione autoritaria o una rivoluzione progressista.
Tutto dipende da come le proposte politiche daranno rappresentanza e soluzione a questa sofferenza sociale. Per la sinistra, ovunque essa sia oggi acquartierata (nel PD, in Sinistra italiana, nei Comitati, nel M5S) si tratta di di guardare a questo problema e non alla tattica dei prossimi mesi.
Occorre una svolta nella politica sociale ed economica del paese. Renzi ha prosciugato i pozzi della spesa pubblica concedendo prebende a tanti, con un aumento del deficit pubblico tollerato dall’Europa. Ma per venir fuori dalla stagnazione ci vuole un programma di investimenti pubblici (in manutenzione del territorio, infrastrutture digitali, in adeguamento sismico, ecc) che ora difficilmente potrà essere finanziato con spesa in deficit. Occorrerà, almeno in parte, non solo dire come si mette del carburante nel motore economico, ma anche da dove lo si prende. La questione, sempre rinviata, di una riforma fiscale che alzi il contributo della parte benestante del paese alla finanza pubblica è ora ineludibile.
Questo scenario, il più necessario, per realizzarsi ha bisogno di una discontinuità politica. Non saranno i Bersani o i D'alema a tirarci fuori dai guai. Oggi sembrano consapevoli della situazione, ma quando toccò a loro, pensarono solo ad inseguire i vari Casini o Monti di turno, sterilizzando per anni ogni possibile politica di sinistra.
Il “centro politico” è stato l’ossessione di tutti i gruppi dirigenti del PD degli ultimi 10 anni. Oggi Renzi ha inteso risolvere il problema non alleandosi con un centro che sfugge, ma trasformando il PD in un partito centrista. Ha perso il referendum ma non è detto che in quel 41% di SI non vi sia l’incubatore del partito della nazione.
Le sue dimissioni, inevitabili, più che l’ammissione di una sconfitta sembrano un rilancio. Da giocatore compulsivo qual’è persa una mano, raddoppia la posta per rifarsi nella mano successiva. Le elezioni politiche anticipate potrebbero permettergli di cancellare la sinistra interna al PD dal parlamento, e di presentarsi quale unico leader di un’area di centro allo sbando, contro il pericolo M5S.
Saranno i prossimi mesi, quelli indispensabili ad approvare la legge finanziaria ed una legge elettorale democratica, che modelleranno il modo in cui andremo alle elezioni politiche.
L’approvazione della legge di bilancio è necessaria, ma va fatta introducendo in essa forti correttivi che diano sollievo alla sofferenza sociale.
Solo un governo in grado di raccogliere i voti del M5S in parlamento può osare questa strada. Un governo affidato a personalità che possano incontrare la non opposizione del M5S è il cammino che porta all’unica formula alternativa all’accordo PD - Forza Italia fortemente voluto da Berlusconi: un governo di forte discontinuità nelle persone e nelle politiche che si sostenga sulla astensione del M5S.
Il M5S non è un pericolo ma una risorsa. Ha evitato che nel nostro paese il malcontento causato dalle politiche neoliberiste prendesse la strada della destra estrema. I nostri nemici politici sono l’asse Lega Nord-Fratelli d’Italia che si nutrono della crisi sociale e la palude neocentrista, Forza Italia, e parte del PD, che questa crisi sociale alimentano da anni.
C’è nel nostro paese l’energia politica e sociale per una alternativa. Questa prospettiva passa per la messa in gioco del M5S, e per la deflagrazione di quell’esperimento sbagliato che è stato il PD.
La sinistra deve avere una propria casa e non essere legata obtorto collo ad un’area moderata che l’ha prima snaturata e poi ridotta all’impotenza.
Solo così potrà giocare una propria partita ed essere riconoscibile agli occhi dei ceti popolari sfiniti e disorientati da una crisi sociale di una ferocia mai vista.