giovedì 20 aprile 2017

LA SINISTRA DI FRONTE ALLA SFIDA DELLE DISUGUAGLIANZE

Martedì 2 Maggio dalle ore 17 alle 20 presso la 
sala Di Vittorio - Via Roma, 53  a REGGIO EMILIA
incontro organizzato dalla LUP (Libera Università Popolare)

moderatore
Guido Giarelli, Presidente LUP (Libera Università Popolare),Reggio Emilia
con
Stefano Fassina, Sinistra Italiana, Deputato al Parlamento Italiano
Eleonora Forenza, L’Altra Europa con Tsipras, Deputata alParlamento Europeo
Luigi Marattin, Partito Democratico, Consigliere economico Governo Gentiloni
Enrico Rossi, Art.1, Movimento Democratici e Progressisti, Governatore Regione Toscana
Maurizio Landini, Segretario nazionale Fiom-Cgil



martedì 11 aprile 2017

Sinistra Italiana si astiene sul bilancio del comune di Reggio Emilia.

Michele Bonforte
Assemblea Provinciale
Sinistra Italiana di Reggio Emilia

La giunta Vecchi sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva.
La tradizione solidaristica della città, che stava alla base del programma della giunta comunale, viene costantemente ostacolata dai provvedimenti del governo centrale. L’autonomia degli enti locali viene soffocata tagliando i trasferimenti e, come nel caso clamoroso del gasdotto in Puglia, soffocando le prerogative anche delle regioni. Un nuovo centralismo promana da questo e dal precedente governo Renzi. Un centralismo che viene usato spesso per tarpare le ali ai territori, come il nostro, che si vogliono distinguere sul terreno dei servizi e della promozione sociale.
Ma diversamente dal passato, quando il governo era in mano alla destra, il PD locale ed i suoi amministratori si guardano bene dal criticare il governo, anzi spesso si trasformano negli attuatori entusiasti di queste politiche dissennate. E mentre il Sindaco Vecchi tace, dobbiamo ringraziare la sindaca di Torino, che denuncia il governo in tribunale per il decurtamento dei trasferimenti ex-IMU ai comuni.
Paradigmatico a Reggio Emilia il caso dell’acqua pubblica: a livello locale il PD dapprima dice di volerla, poi a livello nazionale gli stessi esponenti reggiani del PD votano norme che ostacolano il processo di pubblicizzazione. La schizofrenia del PD, porta la giunta a chiudersi, ad interrompere il rapporto con la città, ad eliminare il naturale confronto nella maggioranza. La partecipazione, da asse centrale del programma Vecchi, si è affievolita. Abbiamo in questi mesi più volte chiesto una discussione pubblica sull’azione del governo locale, ma alla disponibilità generica non è mai seguita una volontà concreta. Anzi scelte importanti vengono fatte senza alcun coinvolgimento della maggioranza. Alle azioni positive, come quelle sul welfare, seguono sempre più temi critici: il traffico e la salubrità dell’aria, l’area nord, le reggiane, la tangenziale nord, il sistema educativo, la vendita delle azioni Iren, per citarne alcuni.
Reggio Emilia deve aprire una vertenza con il governo sugli investimenti necessari per qualificare la ripresa economica, e sul modo di finanziare la cura di quel che c’è. A partire dal finanziamento della scuola per l’infanzia, che grava prevalentemente sul bilancio comunale, mentre dovrebbe essere coperta da stanziamenti nazionali come accade per le altre città. Il nostro ottimo sistema formativo per l’infanzia rischia di essere soffocato dalle alte tariffe che vengono chieste alle famiglie, realizzando l’assurda distorsione che un modello educativo inventato per dare opportunità agli ultimi, sia invece disertato proprio da questi.
Ci vuole dunque una città che combatta con la schiena dritta contro la sottomissione degli enti locali ai diktat del governo nazionale. Questo era il senso del programma comune di tre anni fa, oggi riposto nel cassetto per adeguarsi al vento del renzismo.
Se il pd di reggio vuol ballare da solo, adesso è servito!

intervento lucia lusenti sul bilancio 2017 comune reggio emilia

intervento lucia lusenti (consigliera comunale di sinistra italiana)
su bilancio 2017 comune reggio emilia


giovedì 23 febbraio 2017

Unire la sinistra su un programma per uscire dalla crisi.


Un programma minimo, costruito dal basso, per sfidare Renzi e Grillo sulle idee.


di Michele Bonforte


La rottura nel PD è cosa buona e giusta. Renzi ha portato alla catastrofe quel partito ed il paese. Ha tenuto bloccato per tre anni il paese intorno ad una riforma costituzionale pasticciata e pericolosa, ha regalato miliardi alle imprese senza produrre un posto di lavoro, ha alimentato lo scontento che porta fasce popolari a rivolgersi alla destra.
Per molto meno altri in passato hanno mollato la poltrona di segretario. Ma la mutazione genetica del PD avvenuta in questi anni lo ha trasformato in un partito del capo, dove la gestione del potere lega gruppo dirigente centrale e periferico in un patto inestricabile. Un patto indifferente ai contenuti, purché garantisca la gestione del potere.
Ci vorranno settimane perché si consumi questa rottura, con tutte le ricadute sui territori. Il rischio è che la discussione sulla scissione cancelli il merito: la distanza che la sinistra deve prendere dall’agenda liberista se vuole dare risposte alle situazioni di disagio ed allarme sociale che si diffondono.
Per questo è urgente discutere delle idee di base per portar fuori il paese da questa crisi lunga e devastante. Occorre farlo dal basso, facendo partecipi tutti della costruzione di un tessuto di idee (le uniche che possono unire). Quella discussione di merito che Bersani ha chiesto nel PD e che Renzi ha negato, la dobbiamo fare noi, definendo un percorso che dai territori, da tavoli tematici porti ad una proposta politica della sinistra che possa competere con Renzi e con Grillo.
Non discutiamo ora di contenitori ma di contenuti. Noi di Sinistra Italiana abbiamo cominciato: abbiamo fatto un congresso vero, pieno di idee anche diverse. Ora è il tempo di discuterne insieme tutti, senza steccati e senza tabù.
La sinistra ha le proposte adeguate alla situazione in cui ci troviamo. La destra può solo strumentalizzare la sofferenza sociale prodotta dal liberismo, ma le sue proposte aggravano più che curare la malattia.
Se saremo in grado di fare di questa discussione un’occasione di partecipazione diffusa, allora potremo far vedere la differenza fra la partecipazione e la “gazzebata” delle primarie del PD.

martedì 21 febbraio 2017

Destra, sinistra, sovranismo e globalizzazione.

Michele Bonforte

Il Parlamento europeo ha recentemente approvato l’Accordo economico e commerciale Ue-Canada (Ceta) con ben 408 voti a favore, 254 contrari e 33 astenuti. L’accordo prevede clausole molto preoccupanti che favoriscono gli investitori a scapito dei consumatori, dei lavoratori e degli stessi Stati. Gli investitori possono citare in giudizio gli Stati, ma questi ultimi non possono citare in giudizio gli investitori.
Due clausole destano grande preoccupazione, poiché prevedono in pratica l’irreversibilità delle privatizzazioni e bloccano ogni tentativo di diminuire il livello di privatizzazione già raggiunto nel settore pubblico.
Il Ceta è un accordo fortemente sbilanciato verso le multinazionali e mette in pericolo non solo i consumatori, ma anche le piccole imprese, le regole di protezione ambientali e i diritti dei lavoratori.
E’ importante sapere come hanno votato i parlamentari europei italiani, perché chi ha approvato il CETA sa di peggiorare le condizioni dei lavoratori e dell’ambiente, e di cedere sovranità alle multinazionali.
Se le posizioni contrarie della Lega Nord, del M5S e della sinistra radicale sono quelle che ci si aspettava, è interessante vedere la spaccatura a metà del PD. Una parte guarda a destra, un’altra guarda a sinistra.
Se si vogliono vedere le ragioni profonde dell’esplosione del PD, qui c’è un buon punto di osservazione.
Hanno votato a favore del CETA
  • Fitto – Sernagiotto (Conservatori e riformisti). Comi – Cesa – Cicu – Dorfmann – Giardini – Mussolini – Maullu – La Via – Patriciello Pogliese – Salini (Popolari)
  • Bettini – Bonafe – Costa – DeMonte – Danti – Gualtieri – Kyenge – Pittella – Picierno – Toia – Zanonato – Zoffoli – Morgano – Sassoli (Partito Democratico)
  • Soru (Non iscritto)
Hanno votato contro il CETA
  • Adinolfi – Agea – Aiuto – Beghin – Borrelli – Castaldo – Corrao – D’Amato –  Evi – Tamburrano – Valli – Zullo – Zanni – Ferrara – Pedicini – Moi (Movimento 5 Stelle)
  • Bizzotto – Fontana – Salvi – Borghezio – Ciocca (Lega Nord)
  • Forenza – Maltese – Spinelli (Lista Tsipras/Altraeuropa)
  • Affronte (Verdi)
  • Benifei – Briano – Caputo – Cofferati – Chinnici – Cozzolino – Panzeri – Schlein – Giuffrida – Viotti (Partito Democratico)
Si sono astenuti sul CETA: Cirio (Popolari), Gentile (PD)
Assenti: Matera, Martuscello (Popolari). De Castro,  Mosca,  Bresso, Paolucci, Gasbarra (PD)

venerdì 17 febbraio 2017

Centrosinistra, Campo progressista, nuovo Ulivo, ... prima dimmi cosa vuoi poi con chi vai.

Michele Bonforte

Un'orgia politicista sta sommergendo quanti (pochi?) si interessano del destino della sinistra in Italia. L’implosione del PD di Renzi sta facendo esplodere ogni altro progetto politico collaterale. Il proscenio è occupato da protagonisti che si auto propongono come federatori, pontieri e veri unitari, che si sbizzarriscono nelle formule politiche. Chi recuperandole dalla discarica della storia, chi dal cestino della cronaca, chi inventando formule agricole. Il tutto nel totale vuoto di idee sul che fare, e nella bizzarra rimozione di quanto è successo non dico negli ultimi anni, ma negli ultimi mesi.
Il governo Renzi, sulla scia dei governi che lo hanno preceduto, ha applicato la solita politica liberista in economia: liberare le azienda da qualunque vincolo sull’uso del fattore lavoro per avviare la ripresa. Ci ha aggiunto l’uso di una nuova spesa pubblica in deficit (concessagli da una accondiscendente commissione europea) per acquisire il consenso alla costruzione della propria leadership sulle macerie della Costituzione.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. In tre anni di governo Renzi può vantare all’attivo solo il provvedimento sulle unioni civili. Catastrofico il suo operato invece nella politica economica e sociale, con l’Italia ultima in Europa per PIL ed occupazione (persino dietro la Grecia!). Tonfo del grande disegno di modifica autoritaria della Costituzione, malgrado un anno di campagna elettorale con uso monopolistico della TV e della grande stampa.
Ma se Renzi ha perso sul fronte esterno, ha invece vinto su quello interno del PD. Lo ha trasformato in un suo strumento personale con una linea politica centrista, lontano mille miglia dalla storia della sinistra, e vicino all’eredità del primo Berlusconi. Se ne accorta la sinistra interna al PD, che ora è costretta ad una scissione per l’impraticabilità del campo interno al PD.
Diventa oggi evidente a tanti quello che è stato evidente per anni a pochi: la nascita del PD ha subordinato la sinistra all’egemonia politica del centro. E lo ha fatto non in anni recenti, ma fin dalla nascita dell’Ulivo, quando i governi di centrosinistra erano impegnati a smantellare tutte le difese del lavoro dalla globalizzazione, e a liberalizzare i movimenti dei capitali.
La sinistra deve oggi recuperare umiltà ed autonomia.
L’umiltà di capire che anche grazie ai propri errori si è creato uno spazio politico oggi riempito dal M5S che da rappresentanza alla delusione di parte rilevante di quello che era stato il suo elettorato. Uno spazio grande che oggi ha una sua cultura politica con cui occorre confrontarsi, e che è indispensabile per costruire l’alternativa nel nostro paese.
L’autonomia soprattutto dal centro renziano, che non è un possibile interlocutore ma un probabile avversario politico. La sinistra deve costruire una propria proposta per uscire dalla crisi sociale e economica di questo ultimo decennio.
Lo deve fare riprendendo con coraggio il proprio bagaglio di proposte, con decisione e tenacia: tobin tax e ripristino di controlli sui movimenti di capitali, tassa patrimoniale per ridurre le tasse sui redditi bassi e varare un piano di investimenti sulla manutenzione del territorio per creare lavoro, incentivi alla riduzione dell’orario di lavoro per dare uno sbocco alla disoccupazione tecnologica, piano marshall per il mediterraneo per dare una risposta alla fuga dalla guerra e dalla miseria di milioni di immigrati, rivoluzione ecologica per adattare il nostro sistema di vita alle conseguenze prossime del riscaldamento globale.
Per mettere mano ad un piano simile occorrerà toccare i privilegi fiscali dei ceti benestanti.
Da 40 anni la tutela del diritto all’evasione fiscale sta alla base di tutte le alleanze politiche che hanno avuto accesso al governo. Governi di destra e di sinistra, chi rivendicandolo chi no, hanno di fatto contribuito a spostare i redditi dal basso verso l’alto. Nel mercato con la riduzione delle retribuzioni e l’esplosione dei bonus dei manager, nella politica con le tasse sugli ultimi e gli sgravi e l’impunità fiscale sui primi.
Per realizzare questa svolta occorre una formula politica che non si basi sul consenso di quei 5-6 milioni di italiani benestanti che nella crisi ci hanno guadagnato, così come banchettavano ai tempi della spesa pubblica facile.
Una formula politica che escluda il “centro moderato” dall’area del governo. Che faccia perno su una sinistra rinvigorita e che guardi ai “radicali di centro”, come Bersani ha definito il M5S, per realizzare una rivoluzione in italia: quella di far pagare le tasse anche ai benestanti e di usare quei soldi per tirare fuori dai guai il paese, e non per alimentare le solite corruttele.

venerdì 3 febbraio 2017

La vecchia guardia ha nuove idee? Bersani, D’Alema e i conti con la storia.

Michele Bonforte 

Lo ammetto, mi piacciono le frasi zen-emiliane di Bersani e la sagacia pungente di D’Alema. La grande esposizione mediatica della coppia è una delle poche ragioni che mi tengono seduto davanti ai talk show. Ma appunto guardo i due come uomini di quel particolare spettacolo che è oggi la politica. E a personaggi dello spettacolo non si chiede coerenza ma brio.
Approcciare ai discorsi di D’Alema e Bersani partendo dalla coerenza tra quel che dicono oggi e quel che hanno fatto ieri, può privarci del gusto dell’ascolto, ed offuscare la comprensione di quello che pare essere una rinascita del pensiero.
Certo i due narrano della gravità della situazione attuale, partendo chi dalla situazione economica mondiale (Bersani) chi dalle novità a sinistra nella famiglia del socialismo europeo (D’Alema), senza dire nulla del ruolo che hanno avuto ambedue nel modo in cui la globalizzazione si è realizzata in Italia o nella parabola liberista della sinistra moderata europa.
Il punto apprezzabile è che i due vedono con occhiali molto simili ai miei l’attuale realtà sociale e politica, sdoganando un concetto che fino a pochi mesi fa sembrava isolato nella ridotta della sinistra radicale: senza un rinsavimento della sinistra dalla sbornia liberista, la rabbia sociale di chi sta subendo la crisi economica degli ultimi 10 anni potrebbe guardare alla nuova destra “sovranista”, mettendo a rischio l’assetto democratico del paese.
Il discorso, a voler essere seri, diventa fragile quando si passa dalla denuncia alla proposta.
Per tirar fuori il paese (e l’europa) dai guai in cui siamo, ci vorrebbe un nuovo piano Marshall. Un piano di investimenti pubblici sia indirizzato all’interno del paese, per dare lavoro al 40% di giovani che sono disoccupati. Sia indirizzato verso i paesi del mediterraneo, per arginare una migrazione che unendo fuga dalla guerra con la fuga dalla miseria e dalla desertificazione causate dalla riscaldamento globale, può assumere proporzioni mai viste, che nessun muro potrà arginare. A meno di essere disposti a perdere se stessi ed ad uccidere (e a farsi uccidere) per fermare masse di disperati.
Ma diversamente dal piano marshall originario, difficilmente sarà possibile finanziarlo in deficit. Da un lato l’euro ci lega le mani, dall’altro l’ultimo governo PD ha sciupato 30 miliardi di debito pubblico (la famosa flessibilità concessa dall’europa) per tentare di comprare il consenso al referendum costituzionale senza peraltro riuscirci.
Per mettere mano ad un piano simile occorrerà toccare i privilegi fiscali dei ceti benestanti, applicando una tassazione dei patrimoni e dei redditi che si ispiri ai pur moderati criteri della germania o di altri paesi del nord.
Ma qui casca l’asino e si torna alla politica. Da 40 anni la tutela del diritto all’evasione fiscale sta alla base di tutte le alleanze politiche che hanno avuto accesso al governo. Governi di destra e di sinistra, chi rivendicandolo chi no, hanno di fatto contribuito a spostare i redditi dal basso verso l’alto. Nel mercato con la riduzione delle retribuzioni e l’esplosione dei bonus dei manger, nella politica con le tasse sugli ultimi e gli sgravi e la tolleranza sui primi.
Per realizzare una svolta occorrerebbe una formula politica che non si basi sui voti di quei 5-6 milioni di italiani benestanti che nella crisi ci hanno guadagnato, così come banchettavano ai tempi della spesa pubblica facile. Una formula politica che escluda il “centro moderato” dall’area del governo. Che faccia perno su una sinistra rinvigorita e che guardi ai “radicali di centro”, come Bersani ha definito il M5S, per realizzare una rivoluzione in italia: quella di far pagare le tasse anche ai benestanti e di usare quei soldi per tirare fuori dai guai il paese.
Dubito che un tale immane compito politico possa essere affrontato da chi (Bersani) ha perso elezioni già vinte per inseguire Monti, o da chi cercava (D’Alema) a tutti i costi di far nascere un partito di centro con cui allearsi.
Sono tempi duri e nuovi. La vecchia guardia, se vuol dare un contributo fattivo, trovi idee nuove, e ci indichi gli errori da cui guardarci in futuro.

lunedì 30 gennaio 2017

Renzi: dalla rottamazione alla rimozione

Michele Bonforte 
(del comitato promotore sinistra italiana di reggio emilia)

Dopo la rottamazione Renzi diventa l’alfiere della rimozione.
Con il solito piglio agita la convention degli amministratori del PD, promettendo vittorie future, ma omettendo le ragioni delle sconfitte passate.
Sconfitte non di poco conto. Aver tenuto inchiodato l’intero paese intorno ai deliri costituzionali del suo cerchio magico non gli sembra meritevole di una spiegazione. Come mai 19.420.271 di italiani hanno bocciato il quesito (ben di più dei 15.783.269 di italiani che bocciò nel 2006 il quesito di Berlusconi)? Nessuna risposta giunge dalle parti del PD.
Né maggiori spiegazioni arrivano in merito alla bocciatura della Corte Costituzionale della legge elettorale, che era stata imposta a colpi di fiducia. Come mai si è scritta una legge palesemente anticostituzionale? Come mai, aggiungerei, il Presidente della Repubblica non l’ha rinviata alle Camere per vizi evidenti di costituzionalità?
Ci sarebbe da ridere se non si percepisse l’allarme di una situazione in cui l’unico filtro fra l’azione del governo e l’illegalità costituzionale è il popolo sovrano e la Consulta, poiché le aule del Parlamento ed il Colle ormai approvano sotto dettatura ogni richiesta del Principe.
Ma se la manovre eversive di Renzi in ambito istituzionale non gli hanno dato soddisfazione, non meno sofferenza viene dal bilancio sulla politica economica e sociale.
Dopo aver speso ben 30 miliardi in bonus vari, con lo scopo ufficiale di far ripartire l’Italia, ma con quello più realistico di comprarsi il consenso per il referendum, siamo oggi al redee rationem: la commissione europea (che gli aveva benevolmente dato corda sperando in un esito positivo del referendum) ora rifà i conti e ci chiede un aggiustamento di almeno 5 miliardi. E i dati Istat certificano, che assorbita la droga degli incentivi, l’occupazione ristagna alla faccia del tanto sbandierato provvedimento rivoluzionario del jobs act.
I 1000 giorni di Renzi sono stati un autentico disastro per il paese.
Ma da giocatore compulsivo qual è persa una mano, raddoppia la posta, per rifarsi nella mano successiva. Le elezioni politiche anticipate potrebbero permettergli di cancellare la sinistra PD dal parlamento, e di presentarsi quale unico leader di un’area di centro allo sbando, contro il pericolo M5S, puntando così ad un governo PD-FI.

E’ questo oggi il nostro compito politico immediato: spostare l’elettorato di sinistra fuori dall’abbraccio di Renzi-Verdini-Berlusconi.
Bisognerà certo costruire un nuovo progetto di governo del paese. Ma ciò potrà essere fatto solo sulle macerie di questo PD. O lo fa la sinistra nuova, con una sua proposta convincente e radicale, come già avviene in molti paesi europei, o questo compito verrà preso in mano dalla destra “sovranista”, che potrebbe così esercitare per un non breve periodo l’egemonia sulle classi popolari.
C’è nel nostro paese l’energia politica e sociale per una alternativa. Questa prospettiva passa per la deflagrazione di quell’esperimento sbagliato che è stato il PD.
La sinistra deve avere una propria casa e non essere legata obtorto collo ad un’area moderata che l’ha prima snaturata e poi ridotta all’impotenza.
Solo così potrà giocare una propria partita ed essere riconoscibile agli occhi dei ceti popolari sfiniti e disorientati da una crisi sociale di una feroce.

giovedì 19 gennaio 2017

Social Compact: una terapia shock contro le disuguaglianze

Un pacchetto di proposte sui temi del lavoro, delle pensioni e della sanità, con un investimento di risorse pubbliche. Le stesse che il governo ha buttato via negli ultimi anni senza ottenere nulla.

Giovedì 26 gennaio ore 21
Al Catomes Tot, Via Guido Panciroli 12, Reggio Emilia

con

Giulio Marcon (deputato di Sinistra Italiana)
Guido Mora (segr. CGIL Reggio Emilia)
Andrea Pintus (Ricercatore Unimore)



coordina

Daniele Lonidetti

(comitato promotore Sinistra Italiana Reggio Emilia)


lunedì 19 dicembre 2016

2014-2016 Affinità-divergenze fra il compagno Sassi e noi

Michele Bonforte

Il compagno Matteo Sassi, vicesindaco di Reggio Emilia, a suggello di una discontinuità nella sua e nella nostra vita politica, ha rilasciato un’intervista alla rubrica Decoder di Telereggio il 16-12-2016, dopo alcune anticipazioni a mezzo stampa.
L’intervista è ampia e dai toni pacati, ed annuncia la sua sostanziale adesione al progetto di Pisapia, che intende formare un nuovo partito a sinistra che punti strategicamente ad allearsi con il PD di Renzi.
Diversamente da Pisapia, Matteo si è battuto convintamente per il NO al referendum costituzionale. E’ stato dunque compagno di strada della sinistra del NO, mentre Pisapia sosteneva il SI. E dagli argomenti avanzati durante l’intervista si capisce che qualora si votasse per i referendum sul lavoro promossi dalla cgil, sarebbe dalla parte della cancellazione dei provvedimenti del governo renzi su jobs act e voucher.
Appare dunque stridente la contraddizione logica del ragionamento di Matteo: pur sostenendo che la parte dolente della società ha difeso la costituzione come tutela estrema dal suo impoverimento e dal suo arretramento sociale, indica l’alleanza con Renzi come unico orizzonte politico della sinistra per tutelare la democrazia che, qui come in Europa, viene messa in discussione dai populismi.
Una analisi acefala, dove la mano sinistra non deve sapere cosa fa la mano destra. Si indica il pericolo che la crisi sociale e culturale del paese e le angosce e pulsioni che ne discendono, sfocino in una domanda di autoritarismo e favoriscano un disegno di destra. Ma non se ne vede la causa, come se la crisi in Italia non avesse nelle politiche neoliberiste del PD una sua causa prima. In un deficit di quella che dovrebbe essere la cultura di chi pensa sia utile e possibile governare nei flutti di questa crisi, non si vede e non si indica una possibile alternativa, quasi che il compito della sinistra sia quello di lenire le sofferenze inflitte al corpo sociale da politiche neoliberiste senza alternativa.
Performando la realtà ai propri desideri, si descrive una situazione paradossale: il PD di Renzi, che ha aggredito la costituzione, i sindacati, il lavoro, la scuola ed i diritti sociali è un alleato del “campo democratico”, Il M5S che ha difeso la costituzione, che propone il reddito di cittadinanza e l’acqua pubblica, che dice di sostenere i referendum contro il jobs act, sarebbe il nemico nel “campo populista”.
Citando Civati “Verrà il giorno in cui ci si renderà conto che non si può essere per una riforma dei voucher e sostenere un governo che i voucher non li riforma. Anzi. Che ne fa una bandiera. Il giorno in cui ci si accorgerà che non si può parlare di disuguaglianze nei comizi e nei convegni (che andrebbero aboliti, questi convegni) e non votare nulla di 'simile' in Parlamento. Anzi. Il giorno in cui si prenderà coscienza del fatto che la deriva è iniziata troppo tempo fa e che troppe cose sono successe, per poter anche solo pensare di poter riavvolgere il nastro. Non si può volere il reddito minimo, sostenendo chi è contrario alla sua introduzione. Non si può volere un modello di sviluppo diverso, dopo aver visto sostenere dal proprio governo (e con il proprio voto) Sblocca Italia, Ponte e trivelle.
Verrà il giorno in cui si prenderà atto che sostenere o allearsi con il contrario di ciò che si pensa è una follia. Perdente, oltretutto. Verrà il giorno in cui, dopo aver scritto millemila pagine su come dovrebbe essere il Pd, ci si accorge di com'è, da anni, il Pd e qual è la cultura politica che lo ispira. E di come le cose siano andate inesorabilmente peggiorando.”


Auguro a Matteo di riuscire nel suo intento, anche se tutto fa pensare il contrario. Lo attendo all’azione comune. A giorni vedremo come il governo Gentiloni cercherà di fare carte false per evitare che sui referendum della Cgil si voti. Per loro sarebbe un voto da KO. Per la sinistra e le classi sociali più fragili sarebbe invece un’occasione per cambiare l’agenda delle politiche economiche e sociali. Come e forse più che nel caso della Costituzione ci saranno due campi. Non saranno la destra e la sinistra del ‘900. Ma quello che queste parole potranno significare nel nuovo secolo.

Per adesso prendiamo atto che le nostre strade si separano. Nulla di grave, anche se il nostro intento è di unire strade e percorsi. Lo faremo con Sinistra Italiana e con quanti saranno dalla parte giusta della barricata. Per quanto riguarda Reggio Emilia, siamo perfettamente consapevoli che nella giunta comunale vi sono molti compagni di sinistra. Con loro tutti discuteremo, se vorranno, delle politiche per la città. Avendo perfettamente chiaro che chi opera nelle istituzioni o si isola o rappresenta un percorso collettivo. Noi faremo riferimento in consiglio comunale a Lucia Lusenti, che ha aderito a Sinistra Italiana. Ed in consiglio comunale valuteremo i provvedimenti della giunta nel merito. Così sapremo apprezzare lo sforzo di mantenere in ambito pubblico le ASP, come sapremo misurare la distanza fra il progetto di società mista di gestione del servizio idrico, dalla lettera e lo spirito del programma che la coalizione presentò agli elettori nel 2014.


Sel verso Sinistra Italiana. L’Assemblea Nazionale

L’intervento del coordianatore nazionale di Sel 
Nicola Fratoianni



Conclusioni di
Nichi Vendola



martedì 6 dicembre 2016

Renzi: lascia o raddoppia?

Michele Bonforte

La vittoria del NO è così grande, omogenea e partecipata, da farne uno spartiacque nella storia politica del nostro paese. La lettura che mi pare più vicina alla realtà è che si sia trattato di un pronunciamento sulla situazione sociale e sul governo. Il NO vince soprattutto dove la gente sta peggio, vince fra i giovani e perde fra i pensionati. Vince fra chi crede di non avere futuro e perde fra chi pensa di averne almeno un brandello. Una enorme questione sociale su cui galleggiamo, e che potrebbe produrre una involuzione autoritaria o una rivoluzione progressista.
Tutto dipende da come le proposte politiche daranno rappresentanza e soluzione a questa sofferenza sociale. Per la sinistra, ovunque essa sia oggi acquartierata (nel PD, in Sinistra italiana, nei Comitati, nel M5S) si tratta di di guardare a questo problema e non alla tattica dei prossimi mesi.
Occorre una svolta nella politica sociale ed economica del paese. Renzi ha prosciugato i pozzi della spesa pubblica concedendo prebende a tanti, con un aumento del deficit pubblico tollerato dall’Europa. Ma per venir fuori dalla stagnazione ci vuole un programma di investimenti pubblici (in manutenzione del territorio, infrastrutture digitali, in adeguamento sismico, ecc) che ora difficilmente potrà essere finanziato con spesa in deficit. Occorrerà, almeno in parte, non solo dire come si mette del carburante nel motore economico, ma anche da dove lo si prende. La questione, sempre rinviata, di una riforma fiscale che alzi il contributo della parte benestante del paese alla finanza pubblica è ora ineludibile.
Questo scenario, il più necessario, per realizzarsi ha bisogno di una discontinuità politica. Non saranno i Bersani o i D'alema a tirarci fuori dai guai. Oggi sembrano consapevoli della situazione, ma quando toccò a loro, pensarono solo ad inseguire i vari Casini o Monti di turno, sterilizzando per anni ogni possibile politica di sinistra.
Il “centro politico” è stato l’ossessione di tutti i gruppi dirigenti del PD degli ultimi 10 anni. Oggi Renzi ha inteso risolvere il problema non alleandosi con un centro che sfugge, ma trasformando il PD in un partito centrista. Ha perso il referendum ma non è detto che in quel 41% di SI non vi sia l’incubatore del partito della nazione.
Le sue dimissioni, inevitabili, più che l’ammissione di una sconfitta sembrano un rilancio. Da giocatore compulsivo qual’è persa una mano, raddoppia la posta per rifarsi nella mano successiva. Le elezioni politiche anticipate potrebbero permettergli di cancellare la sinistra interna al PD dal parlamento, e di presentarsi quale unico leader di un’area di centro allo sbando, contro il pericolo M5S.
Saranno i prossimi mesi, quelli indispensabili ad approvare la legge finanziaria ed una legge elettorale democratica, che modelleranno il modo in cui andremo alle elezioni politiche.
L’approvazione della legge di bilancio è necessaria, ma va fatta introducendo in essa forti correttivi che diano sollievo alla sofferenza sociale.
Solo un governo in grado di raccogliere i voti del M5S in parlamento può osare questa strada. Un governo affidato a personalità che possano incontrare la non opposizione del M5S è il cammino che porta all’unica formula alternativa all’accordo PD - Forza Italia fortemente voluto da Berlusconi: un governo di forte discontinuità nelle persone e nelle politiche che si sostenga sulla astensione del M5S.
Il M5S non è un pericolo ma una risorsa. Ha evitato che nel nostro paese il malcontento causato dalle politiche neoliberiste prendesse la strada della destra estrema. I nostri nemici politici sono l’asse Lega Nord-Fratelli d’Italia che si nutrono della crisi sociale e la palude neocentrista, Forza Italia, e parte del PD, che questa crisi sociale alimentano da anni.
C’è nel nostro paese l’energia politica e sociale per una alternativa. Questa prospettiva passa per la messa in gioco del M5S, e per la deflagrazione di quell’esperimento sbagliato che è stato il PD.
La sinistra deve avere una propria casa e non essere legata obtorto collo ad un’area moderata che l’ha prima snaturata e poi ridotta all’impotenza.
Solo così potrà giocare una propria partita ed essere riconoscibile agli occhi dei ceti popolari sfiniti e disorientati da una crisi sociale di una ferocia mai vista.

venerdì 2 dicembre 2016

Appello agli iscritti al PD

La sinistra che vota NO ha chiara la preoccupazione per la deriva autoritaria e centralista di una riforma che riduce gli spazi di democrazia e di autogoverno del territorio. Ma credo che ormai chi voleva e poteva si è fatto un’opinione sul merito delle ragioni del SI e del NO alla riforma costituzionale.
Qui vorrei attirare la vostra attenzione sulle conseguenze politiche di quel voto, in specie sulle conseguenze per il PD. So bene come molti di voi si pensino come persone di sinistra, compagni si sarebbe detto un tempo, e questo a prescindere dalla storia politica che si ha alle spalle. E conosco bene con quanta passione voi difendiate la collocazione a sinistra del PD, malgrado i segnali sempre più inquietanti che provengono dal vostro gruppo dirigente.
Eppure penso che proprio questa collocazione verrà messa in discussione da una vittoria del SI.
Converrete che tale vittoria, se ci sarà, sarà di misura e non travolgente. Su un simile risultato peserebbe in modo determinante l’apporto di voti da destra veicolati da Alfano, Verdini e soci.
Verrebbe certificato quello che è il presupposto strategico del renzismo: che si possono perdere voti (e iscritti) a sinistra perché questi vengono ampiamente compensati da quelli che vengono da destra.
In questo scenario non solo l’Italicum non verrà toccato (salvo le modifiche imposte dalla Corte Costituzionale), ma sarà il grimaldello che costringerà altri pezzi di Forza Italia a fare il grande passo e ad entrare nelle liste del PD, insieme ai soliti Alfano, Verdini e soci.
La sinistra del PD (non solo quella che ha votato NO) dovrà accettare una situazione di irrilevanza politica o verrà accompagnata all’uscita.
Una eventuale vittoria del SI, a prescindere dalle sue conseguenze democratiche ed istituzionali, avrà un forte impatto sul quadro politico. Il partito della nazione, da tante parti invocato, avrà nel 4 Dicembre 2016 la sua data di nascita.
IL PD del dopo SI sarà un’altra cosa. Approdo di ogni trasformismo, perderà ogni legame con la sua storia e con la cultura della sinistra. E se in Emilia Romagna ciò non avrà effetti clamorosi, nel resto del paese la trasformazione genetica del PD sarà rapida ed evidente. Affluiranno i ceti parassitari, quelli che prima difendevano i propri interessi sostenendo Forza Italia, si allontaneranno i ceti legati al lavoro. Il congresso del PD che si andrebbe successivamente a celebrare sarebbe la sanzione di questo mutamento genetico.
Ma se in un primo momento una vittoria del SI potrà dare ebrezza a Renzi ed amici, io credo si tratterà di una vittoria di Pirro. Come già accaduto in Inghilterra ed in USA, la frattura fra mondo del lavoro e sinistra liberista potrebbe alimentare la peggior destra.
Dopo il 4 Dicembre tutto cambierà, e non semplicemente nell’assetto istituzionale.
Una vittoria del NO, non solo tutela gli spazi di democrazia ed autogoverno nella costituzione, ma tiene aperti gli scenari di evoluzione del PD, rende credibile un congresso aperto ad ogni esito.
Cari amici e compagni in queste ultime ore vi invito a pensarci.

cari saluti
Michele Bonforte

giovedì 17 novembre 2016

NO alla deforma costituzionale in tutti i modi

sinistra-italiana_tutti-i-loghi-di-sinistra-italiana_Copia-di-logo-06.jpg
Reggio Emilia
Via Zandonai 27, Reggio Emilia
Tel 0522580554 - Fax 1782709089

Sabato prossimo, 19 novembre si terrà a Reggio Emilia una manifestazione organizzata da “Arsave - Laboratorio per la città che vogliamo”, allo scopo di testimoniare il NO alla modifica peggiorativa della Costituzione e alle politiche sociali del governo in carica. La manifestazione partirà alle 9 dalla Gabella, in via Roma, e si concluderà alle 11 in piazza Prampolini, con un comizio di Livio Pepino e di Piero Ricca.

Il gruppo promotore reggiano di Sinistra Italiana è impegnato, fin dall'inizio della campagna referendaria, all'interno del più ampio comitato unitario per il NO e a fianco di tutte le forze democratiche e progressiste che vi aderiscono, o comunque con esso collaborano. Considera anche la manifestazione di sabato una utile occasione di mobilitazione e di confronto politico. Si augura dunque che la manifestazione raccolga simpatia e partecipazione da parte del maggior numero di cittadini, nello spirito di dialogo, di pluralismo e di unità che caratterizza l’impegno comune in vista del referendum del 4 dicembre.

comitato promotore Sinistra Italiana
Reggio Emilia

mercoledì 9 novembre 2016

Verso Sinistra Italiana. Lo scioglimento di sinistra ecologia libertà avvia il percorso.


Michele Bonforte

Cari compagni,
scrivo con animo cupo, per la vittoria di Donald Trump negli USA e per le conseguenze probabilmente nefaste che ciò avrà per il mondo intero. Credo che vi sia del giusto in quanti in queste ore affermano che contro Donald Trump avrebbe avuto maggiori chance di vincere Sanders. Non si tratta del senno del poi, ma di comprendere le ragioni dell’affermazione di Donald Trump contro tutti i pronostici e contro tutto l'establishment del partito democratico e repubblicano. Queste ragioni parlano anche a noi nella vecchia europa, perché comuni sono le cause e comuni possono essere gli esiti.
10 anni di crisi economica sono stati come una guerra. Sul terreno sono rimasti milioni di “vittime economiche”. I soliti noti, dopo aver acceso le polveri della crisi con spericolate manovre finanziarie, sono oggi di nuovo in sella, e fanno soldi più di prima, risucchiando risorse sia dai bilanci statali che dai miseri salari attuali.
Non si tratta solo di disoccupati, ma soprattutto di lavoratori declassati, demansionati, flessibilizzati, impoveriti che hanno trovato in Donald Trump rappresentanza. Senza questi milioni di voti non sarebbero bastati quelli classicamente di destra che lo sostengono per sintonia ideologica.
Donald Trump ha parlato ai lavoratori della loro condizione,  schierandosi contro le conseguenze negative del libero scambio. La Clinton intanto raccoglieva sostegni finanziari a Wall Street, dando per persa la possibilità di agganciare il mondo del lavoro ed i giovani. Gli stessi che invece si erano riconosciuti nelle proposte di Sanders.

Ecco dunque il nesso con noi, piccoli pezzi di una sinistra dispersa in Italia ed in Europa.
O diamo rappresentanza al malessere sociale causato da 10 anni di crisi economica o questa alimenterà una destra nuova, potenzialmente capace di far ripiombare l’Europa in una guerra.
La deriva del PD di Renzi alimenta questa dinamica. Nel tentativo di conquistare il voto moderato non si avvede che sta perdendo il contatto con milioni di lavoratori poveri, di disoccupati. Nel tentativo di avere il potere saldamente in mano, propone una riforma costituzionale che potrebbe consegnare questo potere ad una destra estrema.

Una stagione si è chiusa. I nostri tentativi di condurre il PD su una strada progressista non hanno avuto successo.  Occorre aprire un nuovo percorso per dire a quanti, nel PD e fuori da esso, vedono l’esigenza di una politica economica e sociale alternativa al liberismo, che questa si potrà fare solo se nasce un forte polo a sinistra, con idee chiare e non annacquate su cosa occorre fare per tirarci fuori da questa crisi. Ciò sta già avvenendo in molti paesi europei, dove nascono e crescono le proposte alternative. Diamoci da fare adesso in Italia.
Lo scioglimento di SEL è il modo migliore per investire questo nostro patrimonio di idee e persone nel nuovo percorso. Alcuni si attarderanno impauriti dal compito che ci attende. Ma già altri, noti e meno noti, si avvicinano.
La globalizzazione liberista sta portando la democrazia in un vicolo cieco. Questa è la posta in gioco. E non ci saranno mezze misure. O vince la nostra proposta di una nuova Europa, di una nuova politica economica e sociale, di una nuovo politica per il mediterraneo o vince la destra estrema.